Cinema: Gabriele Salvatores, 70 anni da Oscar

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Gabriele Salvatores compirà 70 anni il prossimo 30 luglio, probabilmente festeggiando anche una convocazione veneziana del suo Viaggio in Italia, il film partecipato annunciato durante il lockdown che raccontera’ il nostro paese nei momenti piu’ difficili del Covid-19. Un progetto complesso, ma le sfide non hanno mai fatto paura al cineasta nato a Napoli, ma milanese d’adozione sin da bambino. Le prime furono sulle tavole di un palcoscenico, quello del Teatro dell’Elfo, compagnia di cui fu tra i fondatori giovanissimo insieme a un gruppo di coraggiosi artisti e da cui negli anni uscirono fuori talenti straordinari come Paolo Rossi, Silvio Orlando e Claudio Bisio. Attori che si ritrovano poi spesso nella sua filmografia, a partire dall’esordio di Sogno di una notte d’estate, del 1983, e il successivo Kamikazen – Ultima notte a Milano. Ma la vera avventura cinematografica di Salvatores inizia con Marrakech Express, il primo film di quella che si sarebbe poi chiamata la “trilogia della fuga”, composta dai successivi Turne’ e Mediterraneo.
Proprio con quest’ultimo arriva nel 1992 l’Oscar per il miglior film straniero, inaspettato e bellissimo, sebbene lo stesso regista abbia sempre dichiarato, con la modestia che lo ha da sempre contraddistinto, che avrebbe meritato di piu’ Lanterne rosse di Zhang Yimou, da tutti dato per favorito. Il successo di Mediterraneo e’ stato pero’ provvidenziale, perche’ ha permesso a Salvatores di concedersi una liberta’ creativa non comune nel panorama italiana, soprattutto negli anni Novanta. Dopo l’appendice fuggitiva di Puerto Escondido, si concede un film apertamente politico come Sud, storia di quattro disoccupati che si asserragliano in un seggio, un pomeriggio di un giorno da cani del 1993 che visto oggi e’ ancora attualissimo. Nei successivi quattro anni lavora a quello che e’ ancora il suo progetto piu’ ambizioso, Nirvana, un film di fantascienza tutto italiano, tranne che per il protagonista, l’highlander Christopher Lambert. Troppo facilmente dimenticato, Nirvana e’ ancora oggi un film modernissimo e con uno dei finali piu’ belli del cinema italiano. Ci avrebbe messo quasi vent’anni per fare un altro film pieno di effetti speciali, il dittico de Il ragazzo invisibile, la prima vera saga supereroistica italiana.
Una delle tante scommesse della sua carriera, come Quo vadis, Baby?, un noir a tinte foschissime quando il genere in Italia era appena tornato sugli scaffali delle librerie in maniera massiccia. Oppure Denti, film che ebbe molti detrattori, tratto dal romanzo omonimo di Domenico Starnone, in realta’ un thriller psicologico dalle atmosfere cupe e dal fascino oggi ancor piu’ indiscusso. Negli anni 2000 collabora due volte con Niccolo’ Ammaniti, traendo dai suoi romanzi un buon film, Come Dio Comanda, e un gioiello come Io non ho paura. Nel 2010 si diverte a fare il Wes Anderson italiano con Happy Family, opera pirandelliana tratta da una piece di Alessandro Genovesi, poi affronta un bestseller come Educazione Siberiana, di Nicolaj Lilin, dirigendo una produzione internazionale con John Malkovich nel cast. Il suo ultimo film, Tutto il mio folle amore, e’ un ritorno al road movie, ma soprattutto una delicatissima storia tra un padre e un figlio mai conosciuto, oltre che una riflessione attenta sull’autismo e sulla (non)diversita’. Autore prezioso Gabriele Salvatores anche per gli attori che negli anni hanno lavorato con lui. Sergio Rubini e’ stato protagonista di Nirvana, Denti e Amne’sia, i tre progetti piu’ ambiziosi e sperimentali. Fabio De Luigi ha dimostrato di essere interprete a tutto tondo in Happy Family.
Il sodalizio con Diego Abatantuono dura ormai da trent’anni e ha scritto pagine magnifiche del cinema italiano. E anche le donne, a cui ha sempre ritagliato ruoli bellissimi, da Laura Morante in Turne’ a Stefania Rocca in Nirvana, Francesca Neri in Sud, fino a Valeria Golino, con cui ha lavorato in quest’ultimo e ne Il ragazzo invisibile. Settant’anni nel segno del cinema, ma anche della musica, elemento fondamentale nel corso di tutta la sua carriera, contrappuntata da alcuni sodalizi notevoli, a partire da quello con Roberto Ciotti e la sua chitarra blues per Marrakech e Turne’. E poi Mauro Pagani, il compianto Enzo Bosso, anche Ennio Morricone per Io non ho paura. E Fabrizio De Andre’, per cui diresse il videoclip di La domenica delle salme, la struggente elegia tratta dall’album Le nuvole. Una carriera da incorniciare, quella di Gabriele Salvatores, con un unico rammarico. Non avere mai realizzato il film dei suoi sogni, Il Cromosoma Calcutta, tratto dal romanzo di Amitav Ghosh, di cui ha detenuto i diritti per anni senza pero’ mai riuscire a portare l’operazione a compimento. Ma poco male. Da sempre dedito alla meditazione, Salvatores vede la vita come un lungo divenire. In cui tutto puo’ ancora accadere.