Cinema, recensione del “Diavolo Veste Prada 2”: un sequel non perfetto ma che fa parlare ancora

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di Melania Esposito

L’interrogativo che serpeggiava insidioso nelle sale dello Space Cinema di Napoli è ricorrente ogni volta che ci si accinge ad assistere al 2 di un titolo di grande successo. Il “Diavolo Veste Prada 2” è il sequel con la maiuscola o uno dei soliti sequel che non andava fatto? Molti addetti ai lavori si sono esposti dopo la spasmodica attesa di uno dei film più in dell’anno, soprattutto dai fashionisti di ogni latitudine. Certamente una pellicola capace di unire generazioni diverse, dai Millennial fino alla Gen Z. Durante la visione del film abbiamo dunque osservato ogni cosa: la colonna sonora, gli abiti delle sfilate, compreso il look che Andy ha deciso di indossare per il weekend agli Hamptons. Parliamoci chiaro: ci siamo sentiti tutti un po’ Miranda, pronti a criticare ogni dettaglio. Ma alcuni critici hanno analizzato il film andando oltre quegli abiti e l’estetica, senza ridurlo a “semplice film di moda” perché, ormai è chiaro, il “Diavolo Veste Prada” non è mai stato solo questo. Il sequel affronta tematiche importanti come la crisi della carta stampata e l’era Social, facendoci entrare nella tensione e nella paura del cambiamento che il giornalismo ha subito negli anni digitali.

Allo stesso tempo tratta anche il politically correct, centrale nel 2026, mostrandoci una Miranda meno aggressiva e meno irrispettosa, anche se ancora in difficoltà nell’adattarsi ai nuovi limiti imposti, come accade nella scena in cui parla di body positivity.

Tra le tematiche più discusse dagli spettatori e da alcuni critici c’è anche quella del razzismo. Il film, infatti, è stato accusato di aver rappresentato la nuova assistente asiatica di Andy attraverso stereotipi considerati ormai datati. Molti hanno infatti criticato come il personaggio venga mostrato come socialmente impacciato, definito quasi esclusivamente dai suoi successi accademici: elementi che, secondo parte del pubblico, riprenderebbero cliché tipici legati alla rappresentazione degli asiatico-americani a Hollywood.

Anche lo styling del personaggio – giudicato troppo infantile e poco valorizzante – è stato oggetto di forti critiche sui social. Oltre questa accusa sono emerse anche altre critiche meno profonde, come quelle rivolte al doppiaggio italiano, ai look blandi e commerciali o anche all’atteggiamento di Miranda definito meno pungente. Tutte critiche minori alla quale però è stato semplice rispondere.

Interessanti sono anche le recensioni pubblicate in queste ultimissime ore da alcuni editor di “Vogue Italia”, su tutte quella firmata da Francesca Ragazzi, Head of Editorial Content, che ha dichiarato come “guardando il film, ho ripensato al mio percorso: dagli inizi, tra agende, vita sul set, logistica e l’avvento dell’era digitale, fino a oggi, in cui il confronto ruota attorno alla creatività, alla strategia e alle storie da raccontare. È lì che si vede davvero l’evoluzione: non solo nel ruolo, ma anche nella persona. Il film tocca inoltre un punto fondamentale, oggi più attuale che mai: il buon giornalismo e la capacità di raccontare storie non sono qualcosa che si può comprare. Sono il risultato di intuito, duro lavoro, disciplina e resilienza. E questo resta, al di là di tutto.”

Il sequel non è certamente valutato perfetto, e probabilmente non riuscirà mai a superare l’impatto culturale del primo film, ma ha comunque avuto il merito di riaprire conversazioni importanti su moda, giornalismo, rappresentazione e cambiamento sociale. E forse è proprio questo che rende un sequel davvero necessario: far parlare ancora.