Città della Scienza, l’ennesimo giallo napoletano. Presentazione al Pan del libro-inchiesta di Diletta Capissi

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di Antonello Grassi

Che fine ha fatto Città della Scienza. Un giallo napoletano o una metafora del Mezzogiorno?“. E’ il titolo del libro di Diletta Capissi (prefazione di Marco Demarco) che sarà presentato mercoledì 8 giugno alle ore 17 al Pan, il Palazzo delle Arti di Napoli, da Marco Demarco, Luigi Nicolais e Marilicia Salvia: un’occasione per tentare di mettere a fuoco, con l’autrice, le ragioni dell’ennesimo fallimento cittadino: un fallimento che chiude – forse non per sempre, si ostina a credere Diletta Capissi – una stagione di grandi speranze e illusioni. “Poteva essere il punto iniziale da cui ripensare Bagnoli come distretto di alta tecnologia – scrive infatti Demarco nella prefazione citando la sociologa Enrica Amaturo, uno dei tanti intellettuali interpellati dalla scrittrice -: un’occasione importante; e invece siamo ancora qui a litigare su cosa bisogna fare”.
Città della Scienza: cioè “una delle tante eccellenze che Napoli non ha saputo proteggere e valorizzare… l’intuizione di un polo scientifico a Occidente prima che ne nascesse un altro a Oriente, a San Giovanni a Teduccio, per iniziativa dell’Università Federico II; la mobilitazione di saperi e competenze intorno a un progetto ambizioso ma possibile…”. E poi “i primi successi nonostante i rapporti mai lineari con le Istituzioni pubbliche”… e “i riconoscimenti internazionali”. Ma infine ecco l’epilogo che sembra scritto sulla falsariga di un copione cittadino noto e antico: “…le polemiche anche interne al gruppo dei promotori…quindi la furia distruttrice delle fiamme…e la lunga agonia, fino ai primi, timidi, ma assai contraddittori tentativi di ricostruire sulle macerie”. E in ultimo la paralisi. Ma perché? Il fatto, prova a rispondere Demarco sulla scorta di quanto gli disse tanti anni fa il grande scienziato napoletano Eduardo Caianiello (citato dal compianto Pietro Greco nelle ultime pagine del libro), è che “senza un tempo condiviso” la città non potrà mai darsi un ordine. Il problema insomma non è di sostanza, ma di metodo. Come dire: non sono le idee che a Napoli mancano, ma la capacità di inscriverle  in un “percorso ideale per realizzare più fatti e più cose nel più breve tempo  possibile. Perché senza il tempo condiviso non c’è cooperazione, non c’è progettazione, non c’è nulla”.  La ricostruzione di Diletta Capissi prova per l’appunto che “quel metodo a Bagnoli non è stato mai adottato; che il sincronismo tra progetto e pratica amministrativa, tra sogno e costruzione della realtà non è mai entrato nella cassetta degli attrezzi dei nostri amministratori, locali e nazionali”. Ma c’è di più: anche in quei rari casi in cui la città appare finalmente  in grado di sottrarsi a un destino storicamente avverso, e la Città della Scienza è appunto uno di questi casi, una specie di maledizione sembra gravare sulle sue imprese. All’inizio “il nuovo insediamento si configurò – scrive infatti Capissi – come una vera e propria cittadella organizzata per attivare processi di innovazione e reindustrializzazione della città…”. Insomma: “un successo ad ampio raggio, perché Città della Scienza da subito dialoga con gli scienziati e con i divulgatori, con le scuole del territorio che coinvolge in progetti di spessore mai visto prima, e in breve tempo il dialogo si estende oltre i confini regionali e poi, ancora, oltre quelli nazionali”. Ed è “un dialogo basato sull’innovazione e sulla conoscenza”…  ed è “qui, non a caso, che nasce il primo incubatore certificato del Mezzogiorno d’Italia, Campania NewSteel, in partnership con l’Università Federico II di Napoli”. “Città della Scienza, insomma, è una struttura al passo con i tempi e in piena attività…”.
E allora? Come è stato possibile che “in una manciata di mesi” tutto questo abbia subìto “un’inversione di rotta così radicale” da condurre la Città della Scienza “prima al commissariamento, e poi a una sopravvivenza, quella attuale, fatta di immobilismo e di piccoli eventi, spesso di carattere locale, che nulla hanno a che fare con quelli realizzati dal 1987 fino alla prima metà del 2017 e soprattutto con l’ambizione dei suoi fondatori di farne un centro d’innovazione e cultura europea che doveva primeggiare a livello internazionale?”. Perché, “dopo aver macinato successi nazionali e internazionali, tutto “improvvisamente si blocca, si frantuma, inizia un processo inarrestabile di regressione e imbarbarimento?”. Si tratta dell’eterno, irresolvibile, mistero maturato in un una metropoli incapace di fare i conti con la modernità? Siamo ancora alla metafora di una città, e di un Mezzogiorno, che divora e distrugge le sue creature?
A queste domande Diletta Capissi non dà, né potrebbe darne, risposte definitive. Si limita a mettere in fila i fatti di natura finanziaria, culturale, politica (avvertendo che si a che a fare “con una realtà complessa e multi-sfaccettata”) e ad avanzare delle ipotesi.
La vera urgenza dalla quale muove la sua inchiesta è infatti di ordine morale. E’ vitale per l’autrice “non permettere che l’oblio si abbatta su quest’ennesima storia”. Bisognerebbe, secondo Diletta Capissi, tornare alle giornate del 2013, allorché “l’incendio doloso del 4 marzo che la ridusse in cenere”…si trasformò in “un momento corale di presa di coscienza del valore stesso della struttura e del prestigio che aveva ottenuto in ambito internazionale”.  Soltanto così si potrà innescare quel percorso virtuoso che permetterà “all’Istituzione stessa un ritorno della stagione dei successi, per Città della Scienza, per Napoli, per l’intero Mezzogiorno”.