Cittadinanza della condivisione. A chi non conviene (e perché)

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Il Bazar Italia viaggia nella bassa classifica delle startup che hanno ambizioni di creare almeno 20 posti di lavoro nell’arco di cinque anni di vita e che portano sui mercati prodotti e servizi innovativi. È questo l’allarme lanciato dal rapporto del World Economic Forum, realizzato insieme al Global Entrepreneurship Monitor che annualmente fa il punto sull’attività imprenditoriale nel mondo. Ridottosi non di poco il plotone delle nostre imprese, è giunto il tempo di promuovere la nascita e sostenere la crescita delle startup innovative. Purtroppo, la qualità del governo e delle amministrazioni locali non è stata finor all’altezza delle priorità manifestate dalla nuova società imprenditoriale della conoscenza. È questa una società che fiorisce quando l’apprendimento, l’ignoranza creativa (quella che intenzionalmente segue, non precede, la conoscenza), l’immaginazione e l’affermazione personale di tanti individuisi fondono e s’incontrano con la volontà individuale di fare cose insieme ad altri più grandi di quelle che si potrebbero fare da soli. È questo un nuovo tipo di folla che delinea l’economia della condivisione nelle sue due forme d’imprenditorialità collaborativa e cittadinanza collaborativa. Esse s’integrano reciprocamente dischiudendo un grande potenziale di opportunità da valorizzare insieme.

L’economia della condivisione ha già messo in moto un processo di democratizzazione dei consumi e della produzione. Un crescente numero di consumatori condivide beni e servizi con gli altri membri della comunità cui è associato. Grazie alle potenzialità che le tecnologie digitali offrono nel campo della manifattura, il consumatore diviene anche produttore di ciò che consuma. Si creano cose per se stessi e per condividerle con gli altri membri della comunità. Avendo la possibilità di acquisire i nuovi mezzi digitali della produzione, chiunque può assurgere al ruolo d’imprenditore. Il processo di democratizzazione dell’imprenditorialità è tutt’altra cosa della massa di lavoratori e dei raggruppamenti di categorie professionali – l’una e gli altri attaccati alle consolidate tradizioni culturali, rispettivamente, del posto di lavoro, frutto dello scambio “io ti do un’occupazione e tu lavori per me”, e della difesa di interessi corporativi.

Le categorie professionali, essendo congenitamente arroccate nella difesa dello status quo, non accettano di vedere le loro posizioni di potere messe a repentaglio da inedite comunità di cittadini che forniscono fantasiose nuove soluzioni ai problemi economici. In tal modo costringendo in un ristretto recinto il campo d’azione dell’innovazione e soffocando l’imprenditorialità innovativa che altrimenti scaturirebbe dalle comunità di condivisione.