Colpi bassi, vendette e retroscena: mix di separazioni altamente conflittuali 

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Nessun amore dura in eterno, è il caso di dirlo, anche Francesco Totti e Ilary Blasi, coppia storica, nel luglio scorso, dopo oltre vent’anni di matrimonio, hanno comunicato la loro separazione. Il tasso di divorzio e separazione negli ultimi anni è più che raddoppiato, passando dall’ 11.3% al 23.5%. I dati emergono dal rapporto Istat, che raccontano di un’esperienza, molto spesso difficile, nel quale sono coinvolti all’incirca 100 mila minore l’anno, e di questi il 5-10% vivono percorsi separativi “gravemente conflittuali” in cui troppe volte si dimenticano i diritti dei bambini. 

In ogni matrimonio c’è sempre un punto di non ritorno, e questo vale anche per i divorzi. I coniugi diventano protagonisti di un’amara saga, proprio come sta accadendo tra l’ex pupone della Roma, Francesco Totti e la conduttrice Mediaset, Ilary Blasi. Volano stracci, alla fine di una relazione, dimenticandosi anche il detto “c’eravamo tanto amati” e persino il rispetto per il sentimento provato un tempo, scompare, quando sulla scena compaiono colpi bassi, vendette e retroscena. Senza dubbio la caduta di stile dell’ex capitano, per di più popolare come non mai, ha generato nell’opinione pubblica sconcerto per le sue rivelazioni, che hanno un eco forte in quanti vivono la sua stessa situazione, ma le sue parole nell’eco mediatico fanno anche riflettere su quanto una separazione possa diventare una vera e propria guerra, senza esclusione di colpi. Chi fa il mio lavoro da assistente sociale, sa bene che i casi di separazione e divorzio sono nettamente aumentati, con un notevole affanno nel lavoro dei tribunali e dei servizi sociali, dove gli ex coniugi non risparmiano brutture e colpi bassi. In questi luoghi affollati le coppie dibattono sull’amore: quello che c’era e che si è consumato, quello che forse non c’è mai stato, quello che non è stato abbastanza, quello che non c’è più. In 27 minuti, il Tribunale emette un provvedimento provvisorio, fine di un calvario e inizio di un altro. Il tono che assumono gli attori di una saga che diventa sempre più un vero duello è vittimistico, le accuse reciproche di tradimento o di sottrazione si avvicendano, il risentimento e la rabbia cresce tra gli ex coniugi, una guerra senza esclusione di colpi, talvolta a discapito dei figli. Non esistono torti o ragioni. Le parole che si dicono e si depositano negli atti delle istituzioni sono pietre scagliate contro l’altro, caduta di stile e poco rispetto, con l’intento di mettere alla gogna dinanzi alle persone e anche nel proprio inconscio, l’altro, e di sicuro non proteggono i figli. In Italia, tra i motivi per  cui si divorzia ci sono la noia e l’incapacità di crescere insieme e di rinnovarsi come coppia, o a causa di una crescita asimmetrica dei due partner. La noia comunque è la causa principale, da cui derivano tantissimi dei motivi scatenanti di un divorzio, come il tradimento. Un altro fattore importante sono le ingerenze delle famiglie biologiche, e il fatto che uno dei partner lo permetta. A chiedere il divorzio in Italia, secondo alcuni dati, sono le donne, più indipendenti e libere da alcuni legami culturali che prima le spingevano ad accettare situazioni di violenza fisica o psicologica, e oggi rivendicano i propri diritti con maggiore coraggio. Non si accontentano più. Poi spesso la donna lavora ed è economicamente autonoma. A volte gli uomini si accontentano anche di un matrimonio che non funziona perché un divorzio li ridurrebbe sul lastrico. Diventa una questione di sopravvivenza: l’assegno di mantenimento per i figli è inderogabile. Molti divorzi sono aspri e cinici. La trasformazione inizia quando spinti dal dolore e dal risentimento si comincia a parlar male dell’altro, quando la sofferenza per il fallimento del matrimonio diventa un infangare il proprio passato. Si litiga, trascendendo, esagerando e infierendo. Più che all’annientamento dell’altro partner, la guerra senza quartiere di infamie e di qualsiasi mezzo portano alla distruzione dei figli, a grandissime sofferenze e alla violenza. Quello che salta all’occhio, è che serve cambiare rotta tanto sul piano legale che su quello sociale e privato della coppia: per poter affrontare una separazione con meno lacrime e feriti, ma anche sposarsi non significa, in un gran numero di casi, anche divorziare. Servono presupposti più solidi su cui fondare il matrimonio e a livello individuale una diversa concezione dello “stare insieme”, da valutare a partire da quello “che non funziona”. 

Il matrimonio è compromesso e soprattutto non è un “speed marriage”, per cui ci si sposa in fretta e furia pur di non stare soli. Non uno status ma un’unione. C’è un diritto alla felicità, singola e di coppia, che non ha limiti di età, né di ceto sociale.