Competenza e senso critico, il ruolo decisivo dell’Università

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In foto Lucio D'Alessandro, rettore dell’Università Suor Orsola Benincasa e vicepresidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane

di Alfonso Ruffo

Le Università dovrebbero essere il motore immobile della ripresa. Non dice proprio così Lucio D’Alessandro, rettore del Suor Orsola Benincasa e vicepresidente della Crui (dopo averne retto le sorti a interim), ma poco ci manca. Mai come oggi, dice, ci stiamo rendendo conto dell’importanza del principio di competenza e di quanto sia utile il senso critico.

Dunque, le Università…
… sono esattamente quei luoghi nei quali i maestri, i detentori del sapere, abbeverano chi ha sete di conoscenza. O così dovrebbe tornare a essere.

Ci voleva il Covid per scoprirlo?

Il Covid questa limpida verità ci ha aiutato a ricordarla. E nell’ambito del principio di competenza c’è la capacità di fissare gli obiettivi, organizzare la società, scegliere gli strumenti, mettere le persone giuste al posto giusto.

Uno non vale più uno?

Weber insegnava che una società, per funzionare, ha bisogno che ciascun lavoro sia svolto da chi sia più portato. E questo senza calpestare la dignità di nessuno.

Vasto programma…

E non basta perché dev’esserci dentro la società quel senso critico che aiuti a capire che cosa sia giusto fare in un determinato momento e al cospetto di tecnologie sempre più performanti.

C’è un limite a tutto?

Proprio così. È importante coltivare un pensiero che ponga il problema di fin dove l’uomo possa spingersi con i suoi esperimenti.

Il ceto dirigente scarseggia…

È un tema che occorre affrontare con decisione. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, in condizioni psicologiche che potremmo paragonare a quelle di oggi, Benedetto Croce fondò a Napoli l’Istituto Italiano di Studi Storici.

Di cui oggi lei presiede l’Associazione degli ex allievi. Perché lo ricorda?

Per rimarcare che occorre moltiplicare i luoghi nei quali si seleziona e si forma la classe dirigente di domani. E, ancora una volta, le Università sono al primo posto.

Potrebbero far meglio.

Dovranno far meglio. Ciò che conta non è tanto il sapere che si trasmette nelle aule o il dialogo, pur necessario, che si sviluppa tra le diverse discipline quanto il rapporto che si viene a creare con il territorio circostante.

Verrebbe a dire?

L’impatto della contaminazione, il sistema di relazioni, il senso di comunità consentono di espandere le possibilità di sviluppo di una società. Per i giovani un pozzo di opportunità.

Ma non se ne contano troppe di Università, anche molto piccole, in Italia?

Non è importante la dimensione ma la qualità della proposta e la relazione che si viene a creare con il territorio che va inseminato e curato.

Se ci troviamo di fronte a una debolezza questa è proprio la mancanza di un pensiero forte…

Per molti versi è vero. Non ci sono oggi i giganti che hanno segnato epoche passate. Basti pensare a Machiavelli, Hegel, Kant o al clamoroso caso di Karl Marx che ha influenzato i suoi tempi e quelli a venire mettendo al centro della nascente civiltà industriale il tema dell’economia.

Dov’è l’interprete capace di svelare e raccontare la realtà di oggi?

Oggi assistiamo alla reazione della natura di fronte all’eccesso di provocazione dell’uomo. E non è vero che manchi un interprete dei tempi.

Vale a dire?

Parlo di Papa Francesco e del suo richiamo al recupero di valori semplici e condivisi. Nel rapporto tra uomo tecnologia e ambiente sta maturando una nuova consapevolezza generale.

Si fa fatica a percepirlo, però. La gente è smarrita, preoccupata…

In un mondo dominato da internet e fortemente segmentato è difficile fare sintesi. Ma la bellezza della conoscenza, il recupero della natura, il senso critico del limite ci possono fornire la posizione relativa dell’uomo nell’universo.

Va bene, ma adesso ci vuole un pensiero pratico. Di fronte alla necessità d’investire al meglio i 209 miliardi del Recovery Fund, come ce la caviamo con sorella Europa?

Qui torniamo all’Università e alla sua capacità di mettere insieme pensiero e azione. Il contributo di riflessione e di progettualità che gli Atenei italiani possono offrire alla politica e alla pubblica amministrazione è immenso.

L’acqua è fresca, direbbe l’acquaiolo. No?

Le Università innervano l’intero Paese. Vivono in osmosi con l’ambiente circostante. Possiedono le conoscenze scientifiche e quelle pratiche per intervenire su tutti i campi d’interesse. Rappresentano un patrimonio che andrebbe molto meglio utilizzato.

Il mondo cambia in fretta. Non rischia di diventare internet la principale fonte apprendimento?

E non è certamente un bene. Le Università devono saper adeguarsi alle nuove esigenze con risposte pronte e flessibili. Non ci si può cibare solo di pillole pronte per l’uso. A lungo andare possono risultare velenose.

I giovani che si laureano in Italia sono meno che altrove…

Sì, e questo accade soprattutto al Sud. È un fenomeno che dobbiamo combattere, una situazione da ribaltare.

Come?

Proprio investendo di più e meglio nelle Università in modo che possano a loro volta catturare e tenere stretti i propri giovani contrastando, tra l’altro, il fenomeno conosciuto come fuga dei cervelli.

Chiede al governo un’apertura di fiducia?

No, il riconoscimento di un dato di fatto. Le Università sono la più sana istituzione glocale che esista: immerse nel locale ma a vocazione globale.

Le autonomie differenziate sono un bene o un male?

Le Università hanno una vocazione universalistica. Pur insistendo in luoghi specifici il loro respiro è nazionale e internazionale. Tra di noi c’è competizione, emulazione, ma siamo certamente soggetti di coesione. C’è bisogno di una visione unitaria.

Facile a dirsi. Ma nel concreto?

Nel concreto abbiamo l’irripetibile occasione dei fondi europei straordinari, nella forma del reperimento e nell’importo, e delle nuove regole per il loro funzionamento. Con l’impiego virtuoso di queste risorse si potranno integrare le due Questioni che spaccano il Paese: la Settentrionale e la Meridionale.

Che l’emergenza sanitaria ha ulteriormente messo in contrapposizione…

E che invece dobbiamo portare a sintesi assicurando capacità di spesa al Sud – i precedenti, in questo senso, non sono incoraggianti – e ricostituendo il tessuto industriale del Nord. Certo, occorre un progetto Paese capace di esaltare le convergenze e annullare le differenze attraverso un robusto piano d’investimenti materiali e immateriali.

Avete dalla vostra un prestigioso esponente dell’esecutivo: Gaetano Manfredi…

Il ministro, già rettore della Federico II, è pienamente consapevole dei problemi e delle possibili soluzioni. Ma se non c’è condivisione nella società e nella politica non potrà abbattere da solo il mostro burocratico che tutto rallenta e ferma.

Anche l’Università è burocrazia…

Ostacoli da superare ce ne sono dovunque. Ma dobbiamo renderci conto che investire nell’istituzione del sapere diventa sempre più cruciale. In termini di risorse l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa.

In pochi, dopo la laurea, trovano lavoro. Soprattutto nel Mezzogiorno. Questo non scoraggia?

No, anzi. Dovrebbe provocare una reazione. Quello che conta, in questo caso, è il contesto circostante che al Sud è spesso deprimente. Occorre promuovere una vera azione per la crescita e lo sviluppo e rendere più virtuoso il rapporto tra università e impresa.

Non è che molti insegnamenti siano fuori della realtà?

Esiste una formazione di base, necessaria e indispensabile, e una formazione sul campo. Al Suor Orsola, per esempio, stiamo lanciando corsi con una grande attenzione anche all’aspetto pratico.

Ogni scarrafone…

Il seguito è noto. Ma in questo caso vale la pena di ricordare che siamo l’unica Università non statale del Mezzogiorno, siamo stati i primi in Italia a inaugurare un corso in Green economy, stiamo lanciando una laurea magistrale in Sostenibilità e sviluppo, siamo gli unici ad avere una sede a Bruxelles.