Condizioni di vita, gli italiani non sono soddisfatti

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Fino ad ieri l’altro – al giorno prima dello scioglimento delle Camere, per intenderci – la parola d’ordine del dibattito politico ed economico italiano era rigore; con le elezioni alle porte è diventata stabilità. Declinato in tutte le salse, il nuovo slogan trova diversi ed opposti estimatori, evidentemente. E si capisce. I detentori (di turno) del potere sperano, infatti, appunto attraverso la stabilità degli attuali equilibri, di continuare nel ruolo che svolgono; anzi, di rafforzarlo. Gli aspiranti al posto, invece, ne subiscono malvolentieri l’uso non sempre solo cronachistico da parte dei media. A maggior ragione, poi, se a farsene portavoce è un alto papavero della sempre largamente invisa comunità europea. Nel caso, Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici e monetari dell’Ue.

Dunque, le recenti opinioni in materia del francese si conoscono. Ma, a seconda dei punti di vista sono state interpretate ora come una saggia raccomandazione, ora come l’intervento di uno “straniero” a gamba tesa nel dibattito interno. L’aspetto paradossale della vicenda, in ogni caso, è che a gridare allo scandalo sono stati quelli che prima ne riportavano il pensiero in funzione antigovernativa; e viceversa, ad applaudirlo.

Comunque  la si veda, però, sia gli uni che gli altri bene farebbero a riportare il dibattito sul binario giusto, partendo cioè dal fatto che il timido miglioramento della situazione economica complessiva del Paese non significa affatto che i problemi siano alle spalle. Anzi.

Scrive infatti l’Istat a commento dalla periodica indagine sugli Aspetti della vita quotidiana: “Nei primi mesi del 2017, dopo l’evidente progresso registrato nel corrispondente periodo del 2016, la soddisfazione dei cittadini per la vita non mostra ulteriori segni di crescita, pur rimanendo su livelli superiori a quelli del 2015”. Anzi, alla domanda specifica: “attualmente, quanto si ritiene soddisfatto della sua vita nel complesso?”, in base a un punteggio da zero a 10 le persone (di 14 anni e più) hanno dato in media un voto pari a 6,9. L’anno prima era stato 7.

De resto, anche il dato più recente sull’occupazione emerso dall’Osservatorio sulla precarietà dell’Inps non induce certo all’ottimismo. Cito testualmente. Nel corso del 2017 è aumentato il ricambio dei posti di lavoro dovuto alla forte crescita delle assunzioni (tra gennaio e novembre 2017 in aumento del 18,7% rispetto allo stesso periodo del 2016). Sono aumentate anche le cessazioni (+16,1%) ma ad un ritmo inferiore. Alla crescita delle assunzioni il maggior contributo è stato quello dei contratti a tempo determinato (+26%) e dell’apprendistato (+13,9%); sono invece diminuite le assunzioni a tempo indeterminato (-5,2%), contrazione interamente imputabile alle assunzioni a part time. Tra le assunzioni a tempo va segnalato l’aumento dei contratti di somministrazione (+20,3%) e dei contratti di lavoro a chiamata che, nell’arco temporale gennaio-novembre, sono passati da 179mila (2016) a 392mila (2017), con un incremento del 119,2%.

Insomma, meno propaganda e più serietà. O se preferite, moderazione, come pure invocano proprio i numerosi leader di un fronte sempre più ampio che non a caso si professa (o si riscopre, per convenienza) moderato. Si prenda insomma esempio dal premier Paolo Gentiloni: “Non è tempo di cicale”, dice. “Certo i risultati si vedono, la disoccupazione è calata ma risulta ancora troppo alta, il numero dei laureati sta crescendo ma è ancora troppo basso” e “ancora troppi giovani lasciano il nostro Paese per migliori opportunità all’estero”. Per cui, quando si parla della prossima fase politica  guai a dimenticare che uno degli obiettivi” deve essere “passare dalla stabilizzazione e leggerissima discesa a una fase di riduzione graduale, sostenibile e significativa del nostro debito pubblico. Se ne parla un po’ poco” ma “deve essere uno degli obiettivi fondamentali del nostro paese”.

E, a proposito di fase politica: “L‘attuale situazione è molto frammentata ed è possibile ci sia uno stallo politico dopo il voto”, ha commentato il responsabile della divisione di debiti sovrani dell’Europa occidentale di Fitch, Michele Napolitano. Il quale ha anche aggiunto: “Se guardiamo ai nostri criteri, il rating italiano (‘BBB’ con outlook stabile) è abbastanza basso per un paese ricco come l’Italia con un settore privato in buono stato di salute rispetto ad altri paesi Ue”.

Insomma, par di capire, il problema dell’Italia al solito è il “pubblico”, ovvero la classe politica. Per selezionare la quiale, questa volta, la scelta è “tra costruttori e demolitori”, sostiene il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

Già ma chi è che cosa? Questo è il dilemma.