Condoni e sanatorie, oltre 80 dall’unità d’Italia

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Roma, 10 giu. (AdnKronos) – Pax fiscale; istituto perdonistico tributario; condono; sanatoria. Sono oltre 80 gli interventi che dall’unità d’Italia a oggi si sono susseguiti, con diverse modalità, destinati a soggetti differenti, e svariati obiettivi. Fino al 1972-1973 tecnicamente si è trattato di sanatorie, in quanto è stato possibile fare la pace solo per quanto riguardava le sanzioni e gli interessi. Poi si è passati ai condoni veri e propri, consentendo di sistemare anche il debito d’imposta.

Nel trentennio che va dal 1980 al 2010 l’erario ha incassato 62,5 miliardi di euro, grazie alle sanatorie che sono state messe in campo dai governi che si sono alternati alla guida del paese. In media, quindi, nelle casse dello Stato sono entrati 2,1 miliardi l’anno, con la punta massima raggiunta nel 2003 quando sono stati incassati 17,6 miliardi. E’ quanto emerge dai dati dell’Istat, sulle imposte delle amministrazioni pubbliche negli anni 1980-2010, elaborati dall’Adnkronos.

Nel 1973, la prima volta che è stato introdotto in Italia il condono con il governo Rumor, l’utilizzo fu giustificato con l’entrata in vigore del nuovo sistema fiscale, con l’introduzione di alcune imposte e la scomparsa di altre. Quasi dieci anni dopo (1982) un altro condono fiscale viene firmato dal governo Spadolini, a cui 2 anni dopo si aggiunge il condono edilizio (governo Craxi). Nel decennio successivo un’altra doppietta, con un condono fiscale nel 1991 (governo Andreotti) e un condono edilizio e fiscale nel 1995 (governo Dini). Nel nuovo secolo si comincia con un condono fiscale ed edilizio (2003) con il governo Berlusconi, a cui poi si aggiunge lo scudo fiscale nel 2009 (anche questa volta firmato dal governo Berlusconi).

In un dossier del Mef che risale al 2015 (Rapporto sulla realizzazione delle strategie di contrasto all’evasione fiscale) si osserva che ”non vi è periodo, dal 1970 al 2008, che non sia stato interessato da qualche forma di condono o sanatoria”. Premessa fondamentale di una politica efficace di incremento della compliance complessiva dei contribuenti, spiega il Mef, ”è la continuità dell’azione di contrasto all’evasione fiscale”. Tuttavia nello stesso rapporto si ammette che ”l’istituto del condono, come ogni provvedimento giuridico, presenta connotazioni positive e negative”.

Tra i vantaggi lo Stato può incassare ”eventuali introiti futuri soggetti a lunghe ed incerte procedure ordinarie di riscossione”, che assume maggiore rilevanza in ”periodi di crisi di liquidità”. Tra le ‘giustificazioni’ sentite spesso negli ultimi tempi c’è quella secondo cui ”lo strumento del condono potrebbe, in astratto, consentire l’allargamento o comunque l’arricchimento della base imponibile per le future dichiarazioni dei redditi”. Lo stesso ministero ammette, dopo aver elencato tutti i vantaggi, che si tratta di ”riflessioni meramente teoriche, non supportate da evidenze empiriche”.

Inoltre, ”in un’ottica comparatistica”, gli svantaggi sono ”di gran lunga superiori”. Prima di tutto si fa notare che un condono, per essere appetibile, deve assicurare uno sconto significativo. Ma attenuare le sanzioni ”equivale a lanciare messaggi al contribuente razionale di incentivo ad evadere nel medio, nel lungo e anche nel breve periodo”. Bisogna considerare, poi, che accettando di incassare meno di quanto dovuto dai contribuenti si traduce in ”una riduzione successiva degli introiti”.

L’aspettativa del condono, si legge nel dossier, ”può annullare gli effetti derivanti dall’aumento della probabilità di accertamento, correlati ad una più efficiente azione di contrasto all’evasione fiscale. Mentre lo stesso gettito del condono potrebbe essere compensato, in senso negativo, da un aumento dell’evasione”. Gli effetti negativi dei condoni vanno dai costi finanziari a quelli politico sociali, passando per quelli etico legali ed economici. Si va dalla riduzione del gettito alla perdita di consenso da parte dei contribuenti onesti, dall’effetto diseducativo alle distorsioni della concorrenza.

Un sondaggio della Banca d’Italia, che risale al 2008, ha fatto emergere come sia ”ampiamente diffusa l’opinione secondo cui il condono corrisponde ad un segnale di debolezza dello Stato”. Un italiano su tre ritiene che l’introduzione di un condono induca l’aumento dell’evasione, che sia demotivante per i contribuenti onesti e che sia un segnale dell’impotenza dello Stato nei confronti degli evasori. Un italiano su due ritiene i condoni ingiusti e solo il 17% li definisce comunque necessari.