Confindustria Caserta, il vice presidente Adolfo Bottazzo: Il new deal europeo? Passa per la sostenibilità ambientale

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In foto Adolfo Bottazzo, vice presidente di Confindustria Caserta con delega al Territorio e alla Economia circolare

di Francesca Gemme

Mille miliardi in 10 anni per dimezzare le emissioni entro il 2030 e azzerarle del tutto nel 2050. E’ questo l’ambizioso traguardo che si è posto la Commissione europea sotto la guida della neopresidente Ursula von der Leyen. Un budget di tutto rispetto, che sembra destinato a influire sui destini dell’economia europea, in particolare sulle politiche energetiche e industriali dell’eurozona. La Commissione europea ha presentato di recente il Fondo europeo per una transizione equa al Parlamento di Strasburgo, uno strumento concepito per attuare gli obiettivi dell’European Green Deal attraverso un percorso che tende a facilitare l’approdo alla neutralità climatica a metà secolo. LA dotazione assegnata all’Italia è di 364 milioni. “Il piano comprende cinquanta diverse azioni – spiega Adolfo Bottazzo, vice presidente di Confindustria Caserta con delega all’economia circolare e al territorio – tra cui spiccano gli investimenti green, agricoltura e mobilità sostenibile, economia del riuso. Obiettivo di fondo su base globale è riconciliare l’economia con l’ambiente e al tempo stesso spingere una nuova strategia di crescita per l’Europa”.

Dottor Bottazzo, in che misura il Green Deal Europeo ci riguarda come imprese e cittadini del Mezzogiorno?
Faccio mie le parole di commento del ministro degli Affari Europei Enzo Amendola: Il Green New Deal è una “rivoluzione” ed una “buona notizia” per l’Italia e per l’Ue. Sul piano generale esso favorisce una rivoluzione vera e propria dei nostri sistemi energetici, industriali, abitativi e di trasporto. La Commissione europea che mobilita 1000 miliardi in dieci anni mobilizza fondi per la transizione energetica, fondi di investimento per le nostre industrie, per le nostre imprese, fondi per modernizzare anche il settore pubblico. Ma Amendola ha anche sottolineato che grazie al meccanismo messo in campo, che fa leva su investimenti pubblici e privati, si prevede di arrivare fino a oltre 2 miliardi in fondi destinati all’Italia. E’ evidente che di questa politica innovatrice può beneficiare anche il Mezzogiorno, che rappresenta una piattaforma negli scambi energetici mediterranei.

Come si esplica l’effetto leva di cui ha parlato il ministro Amendola?
L’Ue prevede di definire, entro marzo 2020, la prima “climate law” il cui obiettivo è rendere il continente europeo ad impatto zero entro il 2050. Significa che si punta al saldo zero tra le emissioni di CO2 sprigionate e quelle assorbite “naturalmente” dalle aree interessate. A mio parere sarebbe interessante cercare di dare risposta a come l’UE intenda fare nel breve periodo.

Lei cosa crede che si possa fare?
Le soluzioni sono sostanzialmente due. La prima è quella di investire fortemente in uso di energie rinnovabili (solare, prevalentemente), convertendo quanto ad oggi viene nella realtà fatto ossia l’uso dei fossili come “materia prima” che, bruciando, producono energia elettrica. Il carbone, secondo ampia parte della comunità scientifica, è la fonte primaria delle emissioni di CO2 nocive all’atmosfera e, soprattutto, in una quantità oltremodo smisurata rispetto alla capacità del nostro pianeta di assorbirne l’impatto. E’ questo l’obiettivo? Ossia sostituire o mitigare l’uso del carbone con l’energia solare? Spero di sì.

E quale potrebbe essere invece l’alternativa?
Acquistare crediti di carbone dalle nazioni più sottosviluppate mantenendo inalterati i livelli di consumo attuali o, addirittura, aumentandoli. Sarebbe una scelta a dir poco scellerata in quanto non solo il problema climatico non lo si risolverebbe ma si creerebbero possibili focali di conflittualità tra popoli residenti nelle aree “sottosviluppate”.

E in questo scenario l’Italia come può esercitare un ruolo da protagonista?
In Italia sono almeno dieci i gruppi industriali che presentano siti produttivi di energia a fonte primaria carbone, che tra l’altro importiamo perché le ultime miniere sarde stanno fornendo un carbone poco efficiente. Possiamo essere credibili se non eludiamo un confronto con questi colossi multinazionali, soprattutto su cosa ipotizzano, per verificare se concordano con la riconversione necessaria ad affrontare la transizione energetica.

Lei dirige la YMA, una azienda che in Campania produce e distribuisce latte e jogurth. Quali sono i riflessi sul settore agroalimentare delle politiche green deal?
Fa parte delle strategie Green Deal la necessità di avere prodotti alimentari europei devono rimanere sani, nutrienti e di alta qualità. Ed essere prodotti nel rispetto della natura. L’impegno della Commissione è presentare nella prossima primavera 2020 la strategia “Dal produttore al consumatore”. Una strategia a 360 gradi: garantire che i cittadini europei abbiano prodotti alimentari sostenibili a costi contenuti, far fronte ai cambiamenti climatici, proteggere l’ambiente, preservare la biodiversità, potenziare l’agricoltura biologica.