Confindustria: Dazi, l’export italiano verso gli Usa più a rischio della media Ue. Cruciale trattare con Trump

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in foto Donald Trump

“L’export italiano è più esposto della media Ue al mercato Usa: 22,2% delle vendite italiane extra-Ue, rispetto al 19,7% di quelle Ue. Tra i settori maggiormente esposti spiccano le bevande (39%), gli autoveicoli e gli altri mezzi di trasporto (30,7% e 34,0%, rispettivamente) e la farmaceutica (30,7%)”. E’ quanto afferma il Centro studi Confindustria in una nota a firma di Cristina Pensa e Matteo Pignatti sulla nuova politica commerciale degli Stati Uniti. “I primi tre aggregati di prodotti per esposizione italiana al mercato Usa (mezzi di trasporto, prodotti chimici e farmaceutici e alimentari e bevande) rappresentano in termini di valore esportato l’85% del totale selezionato e quasi il 90% del surplus commerciale” spiegano Pensa e Pignatti. “Viceversa, l’import italiano è meno dipendente della media Ue dalle forniture Usa: 9,9% rispetto a 13,8% degli acquisti extra-Ue. I comparti più dipendenti sono il farmaceutico (38,6%) e le bevande (38,3%), che lo sono anche dal lato dell’export. Ciò evidenzia la profonda integrazione di queste filiere produttive e il loro elevato rischio in caso di dazi e ritorsioni”.

Per individuare i prodotti più a rischio di eventuali dazi Usa, gli economisti del CSC hanno formulato tre criteri granulari di selezione, in base dunque alla esposizione delle esportazioni; al livello di surplus bilaterale e alla strategicità dei prodotti secondo la logica Usa di sicurezza economica. In base a questi criteri, rispetto al complesso dei paesi membri, l’export italiano è maggiormente diversificato. Inoltre, i prodotti strategici americani sono più rilevanti sia in termini di varietà che di valore per la media dei paesi europei. I primi settori per tutti e tre i criteri (esposizione, surplus e strategicità), sia per l’Italia che per l’Europa, sono quelli della chimica e del farmaceutico. “I solidi legami produttivi tra le due sponde dell’Atlantico potrebbero essere un deterrente alla rincorsa tariffaria: – osservano gli esperti – oltre il 70% dello stock di capitali investiti dalle imprese farmaceutiche Ue nei paesi extra-Ue è diretto negli Usa; la quota è la stessa per le multinazionali farmaceutiche tedesche mentre quelle italiane sfiorano il 90%. Altri prodotti italiani per cui è rilevante il mercato americano, secondo i criteri di esposizione e surplus, comprendono anche mezzi di trasporto, macchinari e alimentari e bevande: settori merceologici con alta propensione all’export, per i quali la domanda statunitense si è rafforzata negli ultimi anni, quindi altrettanto potenzialmente uno strumento di negoziazione per l’amministrazione Usa”.

“Sarà cruciale avviare trattative con l’Amministrazione Trump per conciliare le esigenze reciproche. Ma è ancora più essenziale accrescere l’attrattività europea riducendo i vincoli al business e avviando una vera politica industriale per evitare deflussi di capitali verso gli Stati Uniti, che è ciò che sta già accadendo”. Così il Centro studi di Confindustria nella nota sul su ‘La nuova politica commerciale degli Stati Uniti: scenari e canali di trasmissione. I settori e i prodotti europei e italiani più a rischio’. La America First Trade Policy della seconda amministrazione Trump, spiega il Csc, si annuncia più aggressiva e imprevedibile dell’approccio adottato nel primo mandato. Obiettivi e strumenti delle politiche Usa travalicano l’ambito commerciale, per includere temi di sicurezza nazionale e geopolitica: riduzione delle dipendenze dall’estero, difesa dell’industria, rafforzamento della leadership nelle nuove tecnologie. Per il Centro studi “gli impatti dei dazi sui singoli settori produttivi italiani ed europei non sono facili da determinare. Dipenderanno da molti fattori: la distribuzione dei dazi per paese/prodotto, l’aliquota e la durata dei dazi, l’elasticità della domanda al prezzo dei prodotti, la reazione del tasso di cambio – che può compensare dei dazi contenuti – e l’esposizione ai dazi dei partner commerciali. Per l’Italia e l’Europa si prefigurano considerevoli rischi, accanto, tuttavia, ad alcune opportunità, in termini di quote di mercato potenzialmente contendibili nel mercato Usa liberate dal decoupling con la Cina”.

Andremo incontro a una riconfigurazione dei flussi di scambio bilaterali e a una revisione delle catene di fornitura su scala globale. Un problema anche per i flussi intra-company, che nel caso degli USA riguardano molte imprese multinazionali. Unitamente agli incentivi già messi in piedi dall’amministrazione Biden, i dazi incentiveranno la rilocalizzazione negli Usa di alcune filiere strategiche. Va tenuto presente che il mercato statunitense ha offerto il contributo più elevato in assoluto alla crescita dell’export italiano dal pre-Covid. Altro effetto sicuro, per il Csc, è quello derivante dalla forte incertezza che deriva da questa situazione che frena gli scambi e gli investimenti con inevitabili effetti sulla crescita mondiale. Un caveat: i primi settori per esposizione, surplus e strategicità dei prodotti secondo la logica USA di sicurezza economica, per l’Europa, sono quelli della chimica e del farmaceutico, quest’ultimo in particolare per l’Italia. I solidi legami produttivi tra le due sponde dell’Atlantico potrebbero essere un deterrente alla rincorsa tariffaria: oltre il 70% dello stock di capitali investiti dalle imprese farmaceutiche UE nei paesi extra-Ue è diretto negli Usa; la quota è la stessa per le multinazionali farmaceutiche tedesche mentre quelle italiane sfiorano il 90%.