Confindustria, il Centro studi: Industria e servizi, boom di debito e oneri finanziari. Nuovi investimenti a rischio

184

Nel 2020 il credito bancario alle imprese italiane ha registrato un balzo (+7,4% annuo a ottobre), spinto dai prestiti emergenziali con garanzie pubbliche, arrivati oggi a circa 150 miliardi di euro. Lo rileva il Centro Studi Confindustria. Questo strumento è servito per arginare la crisi di liquidità subita dalle imprese, causata dal crollo dei fatturati dovuto al lockdown e alle altre misure restrittive imposte dalla pandemia. In molti settori sia dell’industria che dei servizi ciò ha accresciuto troppo il peso del debito, misurato in anni di cash flow generato dalle imprese. Nei servizi, in media, da 1,9 a 11,2 anni. Cash flow che si è bruscamente assottigliato nel 2020.
“È necessario consentire un allungamento del periodo di rimborso dei debiti di emergenza contratti nel 2020” per “allentare le tensioni finanziarie subite dalle imprese a seguito del maggiore indebitamento e liberare risorse per nuovi investimenti necessari per competere e svilupparsi”, sottolinea il Centro studi Confindustria che avverte: “Occorre intervenire tempestivamente sulle disposizioni del ‘Quadro temporaneo per le misure di aiuto di stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del Covid-19’ della Commissione europea e in particolare sulla sezione 3.2. – nell’ambito della quale sono state notificate le misure di garanzia previste dal DL Liquidità (Garanzia Italia di Sace e la maggior parte dell’intervento del Fondo di Garanzia) – che ha fissato in sei anni la durata dei finanziamenti garantiti dallo Stato”.
er il Csc, “un intervento sulla sezione 3.2 appare necessario per poter modificare le sopra citate misure e dare sollievo finanziario a tutte le imprese, a partire dalle Pmi, che hanno avuto la necessità di ricorrere a un maggior indebitamento per far fronte a una crisi imprevedibile e senza precedenti (dunque non solo a quelle che abbiano registrato cali di fatturato rilevanti o che abbiano contratto finanziamenti di importo ridotto, per le quali delle soluzioni, per quanto estremamente complesse, potrebbero ricercarsi nell’ambito delle sezioni 3.1 e 3.12)”. In secondo luogo, “in una prospettiva di più lungo periodo che guardi oltre la fase emergenziale e che punti alla ripresa e al rilancio del sistema produttivo – continua l’analisi – la priorità è sostenere la crescita dimensionale delle imprese e il riequilibrio della loro struttura finanziaria, attraverso una più ampia diversificazione delle fonti e una maggiore patrimonializzazione”. Si tratta di “interventi necessari” per “riprendere il percorso dell’irrobustimento dei bilanci osservato dal 2008 e che ha fatto un brusco balzo indietro nel 2020, così da rafforzare la capacità delle imprese di svilupparsi, innovare e competere sui mercati internazionali, assicurando di conseguenza la tenuta dei livelli occupazionali e preservando valore per il nostro Paese”. A tal fine, prosegue la nota del Csc, “occorre riprendere il percorso di rafforzamento dei canali di finanziamento per le imprese alternativi al credito bancario, attraverso una strategia integrata, dedicata in particolare a Pmi e midcap. Una strategia che combini interventi di natura fiscale, semplificazioni regolamentari e altre misure volte a favorire l’accesso delle imprese a fonti finanziarie alternative, puntando in particolare dal 2021 sui diversi mercati del capitale proprio (private equity, venture capital, azionario AIM, etc) e sull’emissione di debito non bancario”. Da qui la richiesta al Governo di “rafforzare ulteriormente” gli interventi fin qui messi in campo.

La nota del Csc – il documento integrale