L’economia mondiale ed europea si trova ad affrontare un 2026 di estrema fragilità. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Studi Confindustria, il fragile equilibrio post-2025 è stato spezzato dallo scoppio del conflitto in Iran il 28 febbraio, un evento che si è innestato su un quadro già deteriorato dalla guerra commerciale a colpi di dazi tra Stati Uniti e Cina.
L’onda d’urto del conflitto in Iran
La guerra nel Golfo Persico non è solo una crisi regionale: l’Iran, dodicesima economia emergente e potenza militare di rilievo, controlla snodi vitali come lo Stretto di Hormuz. Lo scenario “baseline” ipotizza un conflitto breve (fino a fine marzo), ma gli impatti sono già visibili: il Brent è balzato a 78 dollari e il gas in Europa a 41 euro/mwh. Se il conflitto dovesse protrarsi per 10 mesi, l’Italia rischierebbe una vera e propria recessione.
Italia: crescita al rallentatore e inflazione al 3%
Per il nostro Paese, le previsioni di crescita per il 2026 scendono allo 0,5%. A pesare è soprattutto il ritorno dell’inflazione, che toccherà un picco del 3% ad aprile, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie e frenando i consumi. Nonostante un mercato del lavoro che ha toccato minimi storici di disoccupazione (5,1% a inizio anno), l’incertezza spinge gli italiani al risparmio precauzionale, congelando la domanda interna.
La morsa dei dazi e il “caso” USA
Oltre al fronte mediorientale, l’Italia deve fare i conti con l’imprevedibilità di Washington. Nonostante la Corte Suprema USA abbia dichiarato illegittimi i dazi del 2025, la nuova amministrazione ha risposto con tariffe erga omnes del 10-15%. L’Italia risulta essere il Paese europeo più penalizzato, con oltre 4.000 prodotti a rischio. Tuttavia, emerge una nota positiva: le imprese italiane si stanno dimostrando più agili di quelle tedesche nel diversificare i mercati, puntando con forza su India, Messico e Mercosur.
Difesa e giovani: le chiavi per il futuro
In questo scenario cupo, il report individua due leve per la risalita:
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Investimenti nella Difesa: L’adeguamento ai parametri NATO (3,5% del PIL entro il 2035) potrebbe fungere da volano industriale, generando una crescita cumulata del PIL fino al 3% se concentrato su innovazione e produzione nazionale.
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Capitale Umano: Resta l’allarme demografico e il “mismatch” di competenze. Con un giovane su dieci che sceglie l’estero, l’Italia deve invertire la rotta con politiche attive per trattenere i talenti, trasformando l’istruzione in un vero motore di crescita.





































