Contare sul Pnrr nel campo dell’istruzione: assurdo o digressione nel grande mare della sostenibilità intorno al quale il piano ruota?

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in foto Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, e Mario Draghi, capo del Governo italiano

di Claudio Quintano*

Da più parti si chiede con insistenza che si parta dalla scuola e ciò, se il “credo” del piano del Governo Draghi va attuato, trova la maggioranza degli Italiani d’accordo.
Vi sono problemi congiunturali (Covid 19) e problemi strutturali (atavica presenza di arretratezza del Sud, anche nei confronti delle regioni europee). Differenti poi: la tipologia dell’ offerta formativa; lo stato dell’edilizia scolastica; la disponibilità della docenza.
Diventa allora veramente attualissimo e necessario maggiorare le risorse stanziate all’interno del Pnrr, per ora di 3 miliardi di euro, dicono i più.
Esse, senza dubbio poche, sono destinate a finanziare i piani di potenziamento previsti dalle scuole, che necessariamente non potranno non riguardare due tipologie di rivoli di risorse.
La prima, derivante dalle necessità finanziarie adeguatamente riflettenti le sfaccettature locali del problemi nazionale del post Covid-19, che potremmo definire congiunturali.
C’è poi una seconda tipologia, persistentemente presente, (di cui tenere conto talvolta nella logica italiana, “appena si può” si procede che talvolta equivale a mai si farà) nella storia della programmazione dello sviluppo economico generale del nostro Paese; in questo caso per parti di minore taglia, trattandosi dell’economia dell’istruzione rispetto alla dimensione dell’economia generale. Il coro dice “ma se dobbiamo partire dalla scuola, tale decollo è a rischio”.
E’ stato frequente cogliere l’occasione di incastonare fino a confonderli aspetti di natura congiunturale su cui operare interventi urgenti, nel quadro strutturale del maggior divario tra le aree del Paese.
Maggiori divari attribuiti a connotati di segno negativi, mai eliminati che, talvolta, sembrano addirittura incolmabili, in altri, comunque appena ridottosi, magari accompagnati da sprechi di sforzi plurigenerazionali con correlativi dispendi di energie, frequentemente con risorse finanziarie realmente o presumibilmente non spese bene.
Il “perno” della sostenibilità intorno al quale ruota il Pnrr, da un punto di vista logico-concettuale, v’è da dire, che già riduce la paventata “distorsione” della influenza della doppia tipologia di rivoli di risorse destinabili alla congiuntura ed alla struttura nell’attuazione del Pnrr, in quanto la sostenibilità essa stessa inquadra, tiene conto ed introduce la prospettiva di calcolo intergenerazionale considerando gli aspetti congiunturali e strutturali.
Certo che il fenomeno del Covid-19 eminentemente congiunturale, almeno come si sperava, ha fatto sì che per la prima volta, l’ SDG, del 2020, che segna l’andamento degli obiettivi Onu al 2030 è andato indietro e si segnalano particolarmente l’aumento dei tassi di povertà con i Paesi ricchi e/o le loro zone ricche che si riprendono dalla pandemia più rapidamente dei Paesi poveri e/o le loro zone povere.
In generale è emersa la fragilità strutturale di un sistema socioeconomico improntato alla ricerca della massima efficienza che quindi punta molto in alto nella education necessaria ma che le ali per raggiungere le mete dell’’istruzione di qualità per tutti e nei comparti che devono combattere questa fragilità – copertura sanitaria universale, energia pulita e industria, agricoltura e gestione del suolo sostenibili, infrastrutture urbane sostenibili e accesso universale alle tecnologie digitali -. si muovono con difficoltà.
La didattica a distanza, figlia dell’invasione pandemica, in parte sorregge la crisi in parte addirittura lascia una traccia.
E la Nuova Normalità, come tale, è stato osservato, spingerà le università, siano esse pubbliche o private, in formazione pre o post “experience”, a prevedere un uso intensivo delle tecnologie più efficaci (pensiamo alle aule virtuali già in uso in diverse Business schools), per garantire formazione di alto impatto a distanza.
Da tempo, infatti, grazie agli indispensabili dati Invalsi, sapevamo delle preoccupanti peculiarità del nostro sistema: i forti divari territoriali, con una percentuale consistente di studenti meridionali privi delle competenze minime necessarie per esercitare i normali diritti di cittadinanza; le differenze di carattere socio-economico, evidenza di una scuola che fa fatica a supportare chi proviene da condizioni più svantaggiate; una tendenza dei deficit di competenze ad aggravarsi lungo il percorso educativo. Auguriamoci di imboccare bene la strada e via.

*già Rettore dell’Università degli studi di Napoli “Parthenope”