Convinzioni da studente prima di leggere “Descolarizzare la Società ” di Vladimir Ilich

di Paolo Pantani

Non vengo mai volentieri a “St. James’s Palace”: troppi incubi, troppe catastrofi conosco e ho vissuto. Mi vengono i vomiti scolastici, come quando ero piccolo, dalle suore corsare di via Acate.

Per guadagnare un anno, con la primina, solo da loro si poteva fare. Mi fu imposto da mia madre, una bizzuoca. Mi abbuffavano di paccheri e mazzate. Vomitavo sempre prima di entrare in classe.

Avevo una amichetta, la Gallo: mi metteva il bavaglino durante il refettorio, mi coccolava. Mi è sempre piaciuto essere accudito dalle femmine, tranne quando devo combattere.

Le “cape di pezza” se ne accorsero e separarono bruscamente maschietti e femminucce. Mi dovetti dimettere: era cessata “l’accoglienza umanitaria”. Feci l’esame da privatista alla scuola pubblica. Tutto a posto.

Mio padre, valdese, venne a via Acate e le mandò letteralmente a quel paese.

Ma anche alla Vito Fornari, scuola pubblica, non scherzavano con le punizioni corporali. Fine anni Cinquanta, inizio anni Sessanta: clima postfascista.

Stavo al primo banco perché ero bravino, ma criticai il bel disegno, molto bello, a pastelli tricolori, di Garibaldi e della bandiera italiana del professor Marrese. C’era già sul sussidiario: che bisogno c’era di disegnarlo pure?

«Dammi la mano», mi disse. Prese la bacchetta e venti bacchettate. Gli altri la ritraevano, io no: gli ridevo in faccia. Non mi sentivo borbonico, ma iconoclasta sì. Non mi piacevano tutte le rappresentazioni, i santi, le madonne, figuriamoci gli eroi.

Fui retrocesso dal primo banco.

Il professor Marrese era fascista. Fu preso prigioniero dagli americani e portato in Texas. Ci raccontava per ore e ore di come aveva ucciso un serpente a sonagli con una mazza da baseball. Ci portò pure lo scheletro del serpente in classe.

Fascista era. Una volta che riempii di mazzate un figlio di un noto professionista di Bagnoli, mandò a chiamare mia madre dopo la sospensione e dichiarò:

«Mi dispiace, sono un amico di famiglia della “vittima” di suo figlio.»

Per una volta mia madre, insegnante di sostegno, metodo Montessori, pur bizzuoca, ebbe il coraggio di replicare:

«Ma questo che c’entra, professore? Sono cose di ragazzi.»

Andavamo al bagno in fila per due, come nella famosa canzone di Edoardo Bennato, paesano. Io rifiutavo di dare la manina.

«Al cesso ci vado da solo, da ultimo.»

L’altra classe, con il professor Sosti, con la quale ci incrociavamo andando al bagno, notò la mia insubordinazione e le incazzature, rosso in viso, di Marrese e gli disse. Era stato camerata paracadutista con mio padre:

«Lasso sta’ a chisto, tanto nun ce sta niente a fa’. Nun è caratteriale: è comme ‘o pate.»

Il professor Sosti e mio padre erano stati camerati insieme nella Folgore, divisione d’élite. Sgamettavano sempre all’accampamento di Tarquinia con Gianni Brera, poi divenuto noto giornalista sportivo, leghista ante litteram, che voleva scavalcarli alla fila del rancio. Voleva i pezzi migliori e diceva:

«Daghela a lu la carne grasa», al cuciniere.

Giustamente la Folgore, che aveva un’anima popolare meridionale, lo isolava e lo respingeva all’ultimo posto della fila.

Solo gli ufficiali erano tutti aristocratici, piemontesi, savoiardi, non fascisti. Dalla Cavalleria passarono alla Folgore:

  • Costantino Ruspoli, principe di Poggio Suasa;
  • Marescotti Ruspoli, principe;
  • Guido Visconti, duca di Grazzano;
  • un altro Costantino Ruspoli, anche lui principe, ma capitano, ufficiale di bassa forza, come me.

Tutti, in pratica, venivano dalla cavalleria sabauda, i nostri invasori.

Quando i paracadutisti uscivano in libera uscita, gli ufficiali dicevano al podestà di Tarquinia:

«Chiudete in casa le vostre vacche, che escono i nostri tori.»

Così li chiamavano, fieri i nobili. Non erano antimeridionali: volevano unità, amalgama con chi era predestinato al macello, proprio come loro.

Ma le contraddizioni ci sono ancora. Sono due tradizioni, due culture molto, molto diverse.

Napoletano, benché poco verace, mi sono sempre sentito un poco montanaro occitano, mai piemontese. Siamo agli antipodi: chiusi e taciturni noi, è dipeso dalle persecuzioni; loro falsi e cortesi. Mai un patto hanno rispettato, con noi e con nessuno. Lo sanno tutti nel mondo.

Anche da piccolissimo mi sono sempre sentito fuori da ogni gregge.

Ça va sans dire, quasi tutti morirono a El Alamein: i nobili, tutti. Medaglie d’oro. E i paracadutisti: pochi i prigionieri e pochissimi i feriti.

Mio padre si scansò l’imbarco per Tripoli perché era sergente istruttore al lancio: c’era un’altra divisione in formazione, la Nembo.

Ma lo disse pure chiaramente al capitano di compagnia:

«Ma lasciatemi un po’ in pace. Ho fatto già due campagne: Francia, incontro pure i parenti dall’altro lato.»

«Bruno, ci avete pugnalato alla schiena», gli dissero.

Era stato anche sul fronte greco-albanese, dove fu ferito e congelato. Ebbe una scheggia nella coscia.

Ma veniamo a noi.

Mariano è un amico. Il suo Masaniello, di Elio Porta e Pugliese, l’ho visto otto volte, per vedermi tutti i nove palchi, separati, in tutta Italia.

Ero in servizio di leva obbligatorio, ex AUC, poi ex ACS; poi vi spiegherò perché.

Portavo tutta la mia compagnia con me: tutti meridionali. Erano tutti commossi e sono ancora in contatto con loro.

Les vieux soldats sont revenus…

P.S. Ho conosciuto entrambe le figlie dei due professori.

Gemma Marrese, leader di Lotta Continua: le dispiacquero moltissimo le mie vicissitudini con il padre.

E Cristiana Sosti, bellissima donna e compagna. Siamo in contatto e le voglio un sacco di bene. Vive al Nord. Ha lo stesso coraggio e l’orgoglio indomito bagnolese del padre.

E naturalmente il professore di ginnastica Geppino D’Altrui, capitano del Settebello, medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1960 di pallanuoto.

La ottenne anche Marco: talis pater, talis filius.

Per via sua fondammo una squadra di pallanuoto, la Pro Napoli. Ci allenavamo alla Scandone. Tutti bravini.

Ma scoppiò il 1968.

Come può un valdese, popolo guerriero, esentarsi?

E quanti, quanti fratelli in Cristo eravamo.

Molti docenti e intellettuali impegnati insieme a noi: Gustav Hermann, ingegnere, all’Augusto Righi; Emilio Nitti, filosofo, al Francesco Giordani; e la Maone, professoressa di chimica.

L’ho vista poco fa a Bagnoli. Emozionati e commossi entrambi.

Mi ha ricordato che ho prestato tutti i documenti del 1968.

Non so più dove li hanno seppelliti le mie mogli.

Maledizione.

Devo trovarli assolutamente.

Il braccio dell’Eterno mi ha fatto conoscere sempre gli uomini e le donne migliori di questa nostra terra.

Ma non sono un eletto, un predestinato.

Appartengo alla dannazione eterna, consapevolmente.

Però sappiamo cosa ci resta da fare, fino in fondo e fino alla fine.

Non credo molto lontana.