Corbyn, la sinistra e l’identità

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“Aprite il vostro cuore e la vostra mente”, così ha esordito il nuovo leader del Labour Party, Jeremy Corbyn, alla sua prima apparizione in pubblico. Finalmente un po’ di aria fresca nella palude che è diventata il Partito del Socialismo Europeo. Se poi leggo uno dei suoi slogan, che lo hanno portato alla vittoria, la mia simpatia aumenta. Ha parlato di giardino in ogni casa e di un pezzo di terra da coltivare “in modo che ciascuno abbia la possibilità di piantare patate e pomodori”. Uno slogan da importare anche per i Socialisti, più precisamente per i “democratici” italiani. Naturalmente Renzi ci ricorderà delle sconfitte, delle percentuali basse, in Europa ed in Italia al tempo del vecchio partito. Mi domando che senso ha vincere, se il prezzo della vittoria è lo snaturamento, la rinuncia ad ogni valore identitario?! Mi spiego: che senso ha avere un Presidente Socialista in Francia se, per timore della Destra di Le Pen, manda i gendarmi a scacciare i migranti dagli scogli di Ventimiglia o di Calais? Certo, l’alternativa non è fra il radicalismo socialista, i carristi di un tempo, ed il “Blairismo”, tout court, che una volta affascinò anche il più “intelligente”, al secolo D’Alema Massimo, che ora forse dimentica quella folgorazione. La sinistra socialista, al tempo di Claudio Signorile – nume tutelare Riccardo Lombardi – elaborò una strategia, ed uno slogan, che potrebbe essere sempre attuale: “Sinistra di governo”. Senza incorrere in massimalismi: se tutti rincorrono il “mercato” spesso senza regole, che senso ha parlare di sinistra o di destra?! La politica viene ridotta a… melassa! E comunque, almeno in Italia , il mercato non ha creato concorrenza né per le banche, né per le assicurazioni, né nei trasporti: spesso hanno creato “cartello”, più o meno dichiarato, ma reale e concreto, come sanno cittadini ed imprenditori. Parlare di nazionalizzazione fa perdere consensi? E chi lo dice? Innanzitutto oggi va a votare ormai meno del 50%, se si considerano i voti validi, determinando, questo sì, un grave vulnus per la democrazia. E poi, quando si procedette alla più grande nazionalizzazione della nostra storia, quella dell’Energia Elettrica, non mi pare che in Italia successe la rivoluzione, anche se la “reazione” ci fu e mise in campo il goffo tentativo del cosiddetto “Golpe De Lorenzo”. Quella nazionalizzazione la pretesero i socialisti, quale pegno della asserita volontà riformatrice della DC, ma l’approvò un governo senza socialisti, guidato da quell’autentico uomo del fare, che fu Amintore Fanfani, prima che si perdesse nei furori integralisti, di cui al referendum contro il divorzio, da lui, e dalla DC, malamente persi. Chiarisco: in Italia la battaglia contro Renzi, con l’unico obiettivo di farlo cadere, la minoranza del PD non la fa su questi temi e neppure su quell’autentica contro-rivoluzione che è stato il Jobs Act, ma sugli emendamenti alla riforma del Senato o, per la riforma elettorale, sulle preferenze da ripristinare. Non sono questi gli “Jeremy Corbin” italiani, che non riescono a dire, come molti, troppi, socialisti europei, una parola su questo fenomeno epocale dei migranti, che assume via via dimensioni bibliche, se non apocalittiche! Certo la posizione del compagno Jeremy, sull’ Europa in previsione del referendum inglese del 2017, così come espressa al momento, appare una ulteriore minaccia per l’esistenza stessa dell’Unione Europea. Il suo ragionamento – “sono per l’Europa che armonizza le condizioni di lavoro. Contrarissimo all’Europa del libero mercato” – può essere condivisibile anche per le condizioni in cui ci ha portato questo “libero mercato”, ma l’alternativa non potrebbe essere mai l’uscita dall’Europa Unita e la conseguente sua disintegrazione: sarebbe il disastro e la prospettiva di lutti e guerra non sarebbe lontana. L’augurio, anche per l’Italia, è che ci sia un recupero di identità politiche e culturali, non solo per la Sinistra, per mettere gli elettori nella condizione di scelte chiare e conseguenti, evitando la frammentazione che genera sfiducia o la nascita dei movimenti spontanei ed oltranzisti, di cui al populismo diffuso. Purtroppo davanti a noi non ci sono intellettuali o leaders politici tesi a recuperare identità e con esse il ritorno al voto di milioni di elettori, ma, “uomini di mano” che sono al pallottoliere per raccattare l’ultimo Senatore per far cadere Renzi o per mettere il bavaglio a mille ribellismi.


Papa Francesco incontrerà Fidel Castro. Un momento di grande emozione: si incontrano i due più “potenti” difensori dei diritti dei poveri e dei deboli. Diranno parole di pace, di fraternità, di solidarietà: un marxista convito e coerente, il Capo della Chiesa Cattolica. Uniti per un solo obbiettivo: dare voce e forza ai milioni di donne, uomini, bambini, che invocano diritti, giustizia e libertà. Un grande momento di speranza in questo tempo triste per troppe violenze e sopraffazioni dell’uomo sull’uomo.


Sono fra quelli che da ragazzo, era il 1956, si emozionarono di fronte ai carri armati Sovietici, che schiacciavano sotto i loro cingoli l’ansia di libertà degli Ungheresi. Il mondo, salvo i comunisti italiani, si indignò e si mobilitò di fronte a quelle immagini crudeli. Accolse, fra gli altri esuli, i giocatori della Honved, tutti nazionali, che, stando in tournee in Europa si rifiutarono di rientrare in patria. Diventarono con il loro capitano, lo straordinario Ferenc Puskas, poi, insieme a Di Stefano, alfiere del mitico Real Madrid, il simbolo di quella libertà repressa nel sangue. L’altro simbolo fu il Cardinale József Mindszenty, costretto a rifugiarsi nell’ambasciata americana per gridare da lì la sua protesta e la sua domanda di libertà, anche per il culto di milioni di cattolici. Provo grande tristezza di fronte alla crudeltà ed alla insensibilità del capo del Governo ungherese e degli stessi Ungheresi, che non fanno sentire la loro protesta contro la costruzione di muri e barriere di filo spinato e contro la violenta repressione di tanti migranti accampati al confine. Una vergogna, una offesa alla loro stessa storia sofferta, di cui alla famigerata Cortina di Ferro. Un monito per quei governanti, Prodi in testa, che per generosità, ma troppo in fretta, ammisero i Paesi dell’Est nell’Ue. Restano queste immagini di un Europa in cui risorgono muri e ritornano le violenze contro i nostri simili: un grande dolore! Anche da europeista antico!