Coronavirus, Carrino (Dac): Fase 2, è giunto il momento di dar vita a un aeroporto per la logistica industriale

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In foto Luigi Carrino, presidente del Dac

di Claudio d’Aquino

“Il settore aerospaziale campano genera un valore aggiunto che è il 71% in più rispetto alla media dell’economia italiana. E’ il primo settore manifatturiero per investimenti in ricerca e sviluppo e per numero medio di brevetti detenuti dalle aziende. Ma rischiamo di perdere posizioni se non si riparte se Stato e Regione non investono con convinzione nel progetto di realizzare in Campania un aeroporto dedicato alla logistica industriale”. E’ questa l’opinione che Luigi Carrino, ordinario di “Tecnologie e Sistemi di Lavorazione” alla Facoltà di Ingegneria dell’Università Federico II e presidente del Distretto aerospaziale campano, affida al Mattino del 21 aprile. L’articolo, firmato da Nando Santonastaso, precisa che le aziende che fanno grande il Distretto aerospaziale campano in gran parte non si sono fermate nemmeno in fase di emergenza pandemica. “Ma rischiamo – aggiunge il presidente Carrino – perché la nostra posizione è pienamente integrata nella catena del valore generata dai grandi player globali”. Il Denaro.it lo ha intervistato.

Professor Carrino, nell’articolo dedicato alle insidie relative alla ripartenza, su cui gravano gli effetti dell’epidemia da Coronavirus lei afferma che non basta la capacità di generare valore aggiunto se non ci sarà un forte impegno a investire sulle grandi infrastrutture nel Mezzogiorno. Vuole chiarire la sua affermazione?
Beh, ho rimarcato che la Campania è l’unica regione a non avere un aeroporto dedicato alla logistica industriale pur disponendo delle migliori aziende aerospaziali. Non basta avere in campi un rilevante distretto aerospaziale, perché in assenza di un forte impegno dello Stato e della Regione a investire sulle grandi infrastrutture di logistica per l’aerospazio, il settore risulta limitato nelle sue capacità di competizione.

Che cosa andrebbe fatto quindi?

Individuare un aeroporto da destinare alla logistica della filiera e integrare in un unico sistema logistico i porti commerciali di Napoli e Salerno, l’interporto Ferroviario Merci a Alta Velocità di Maddaloni-Marcianise e la rete autostradale darebbe alle nostre imprese la possibilità di competere alle stesse condizioni, e forse meglio, delle aziende di altre regioni.

Qual è la sua opinione a proposito della gestione della pandemia che ha investito il nostro territorio?
La prima e più importante considerazione è relativa alla tutela della salute di tutti i cittadini e quindi anche dei lavoratori delle imprese manifatturiere”. Ciò premesso le cose da fare sono tante e, soprattutto, vanno fatte con la massima tempestività.

E’ possibile coniugare salute ed economia e darsi una prospettiva di ripresa a breve termine?

L’obiettivo salute dev’essere prioritario, ma dev’essere conseguito attraverso la massima attenzione all’economia e alla sostenibilità economica delle imprese e delle famiglie, per evitare che alla fine ci si ritrovi con un flagello altrettanto grande rappresentato da elevatissimi tassi di disoccupazione e da una recessione insostenibile.

Quali sono gli aspetti che l’hanno maggiormente colpito in questa quarantena?

Riferendomi solo agli scenari industriali, sono tre. Il primo è essere ricorsi al blocco pressoché totale delle imprese e non avere guardato all’enorme serbatoio di tecnologie di cui le stesse imprese sono da tempo dotate e che potevano essere utilizzate per monitorare spostamenti e per verificare lo stato di salute dei dipendenti, senza bloccare le attività industriali.

Il secondo aspetto?
L’aver deciso i blocchi delle attività per codici Ateco (i codici per l’attività economica, ndr), senza considerare la stretta relazione orizzontale tra settori diversi.

E il terzo?

L’inadeguatezza, sia per risorse sia per regole di erogazione, degli interventi a supporto della liquidità delle imprese.

Lei guida un distretto che riunisce aziende ad alta componente tecnologica. Può chiarire meglio a quali fra queste si sarebbe potuto utilmente attingere?

Mi riferisco ad alcune delle soluzioni tecnologiche che utilizziamo quotidianamente nelle nostre imprese per gestire i sistemi e i processi produttivi potevano, con un piccolo sforzo, essere adattati alla sorveglianza sanitaria, anche nell’interesse delle singole persone.

Ad esempio?
Si sarebbero potuti dotare i lavoratori di braccialetti, tipo smart watch, con i quali misurare temperatura, saturazione dell’ossigeno e frequenza del battito. Tali informazioni avrebbero potuto essere interrelate con una semplice logica di intelligenza artificiale per restituire un dato aggregato sufficientemente indicativo per sottoporre a controllo le persone sospettate di essere state infettate. Un braccialetto di questo tipo potrebbe costare qualche decina di euro.

L’altro aspetto che ha un po’ sconcertato imprese e lavoratori è il sovrapporsi di decreti di Governo e Regioni, che sembra non aver fine
Siamo alla torre di Babele delle decisioni. La sensazione è che ci si dibatte tra provvedimenti contraddittorie, se non in conflitto, tra Governo centrale e Regioni e tra Regione e Regione. Non si è tenuto conto che le filiere produttive sono fortemente interrelate sia a livello verticale sia a livello orizzontale: tenere aperte le aziende dell’aerospazio e chiuse le aziende dei materiali, della manutenzione, delle macchine e dei sistemi di produzione, ecc. oppure aprire in una regione e non in un’altra è stata una scelta sbagliata, a cui si deve porre rapidamente rimedio.

Qual è la sua riflessione sul tema nevralgico della liquidità delle imprese, qual è la sua opinione?
Per capire l’inadeguatezza delle misure messe in campo, anche per l’assenza di azione dell’Unione Europea, basta confrontare i provvedimenti italiani con quelli di altri paesi industrializzati simili al nostro. Il problema non è, però, solo nella quantità di risorse messe in campo, ma è anche riferito all’eccessiva lungaggine delle istruttorie bancarie. In altri termini, si rischia che arrivino risorse insufficienti e che arrivino troppo tardi.

A suo modo di vedere qual è l’uscita di sicurezza dalla fase 1? Può servire una autocertificazione dell’azienda che assume la responsabilità di procedure stringenti a tutela della salute dei lavoratori?
L’autocertificazione non basta e gli imprenditori sono pronti a mettere in atto tutti gli strumenti e le soluzioni, anche investendo in un momento difficile, per tutelare il loro maggiore valore aziendale: il capitale umano. Sono molti gli esempi di imprenditori pronti a soluzioni efficaci, fermati da una burocrazia che è inadatta in tempi normali, figuriamoci in tempi eccezionali. Veda, purtroppo stiamo combattendo una battaglia nuova, complessa e dolorosa per la quale è necessario, per il bene dei singoli e della collettività, allentare la morsa delle regole e della burocrazia. Ad esempio, si continui a tutelare la privacy, ma se ne rivedano i confini nell’interesse collettivo e per la durata dell’emergenza.

Come si può riprendere un sentiero di crescita senza cadere in una recessione?

L’idea di sviluppo che ci aspetta è diversa da quella che abbiamo lasciato all’inizio della pandemia. Non risaliremo la strada percorsa in discesa, ma percorreremo una traiettoria diversa per arrivare a un punto diverso da quello lasciato. L’innovazione assumerà un ruolo ancora più decisivo e la spinta verso l’Industria 4.0 dovrà essere di molto aumentata, con incentivi alle imprese per la riprogettazione dei processi e delle linee produttive.

Può dare qualche ulteriore dettaglio su questa promettente prospettiva?
Si dovrà ancora di più favorire la collaborazione tra ricerca e imprese. I progetti di ricerca e innovazione dovranno essere fortemente sostenuti, come ha fatto la Germania, durante la crisi economica degli scorsi anni, e bisognerà investire moltissimo sulle nuove competenze del capitale umano.

Qual è invece la maggiore insidia che si potrebbe originare allorché l’economia del Paese si metterà di nuovo in moto?

Una fase depressiva in cui imprenditori, lasciati soli, senza il sostegno pubblico e un’efficace politica industriale, da tempo assente in Italia, siano spinti ad assumere posizioni difensive, invece di intraprendere strategie di rilancio. Ecco perché Stato e Unione Europea hanno il dovere di sostenere il sistema delle imprese con programmi di lungo respiro, certezza dei tempi e degli investimenti, regole semplici con attenzione concentrata sulle valutazioni in itinere e ex-post piuttosto che su quelle, spesso lunghissime, ex-ante. Altrettanto importanti sono gli interventi infrastrutturali di cui si parlava prima.

Che fare per rafforzare la dotazione infrastrutturale del nostro sistema Paese?

Su questi aspetti bisogna chiedere alle forze politiche di tutti gli schieramenti di sottoscrivere un Patto per la rinascita, che superi la deleteria consuetudine per la quale ad ogni piccolo cambiamento politico si ricomincia da capo e si rinnega tutto quanto fatto in precedenza.

E su quali punti di forza possiamo, viceversa, contare?
I punti di forza italiani risiedono da sempre nella capacità di adattamento creativo e l’abilità nel customizzare soluzioni tecnologiche anche a bisogni non ancora standardizzati. E queste caratteristiche sono state sempre alla base della nostra capacità di esportare e della vocazione internazionale tipica del made in Italy.