Tra corruzione e immigrati, un passo avanti e uno indietro

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Si torna all’antico, verrebbe amaramente da dire. Il quadro generale del Paese, infatti, sulla scorta degli indicatori economici, oltre che delle più recenti notizie di cronaca giudiziaria, è tutt’altro che confortevole.
Con il governo giallo verde Roma si riscopre ladrona. L’occasione, ovviamente, è succosa per sparare alzo zero sui nuovi arrivati al governo: Lega e, soprattutto, M5S, che dell’onestà ha finora fatto la propria bandiera. Salvo scoprire, tuttavia, che nello scandalo dello stadio – che peraltro aspetta di essere costruito, scandalo nello scandalo, da trent’anni – ci sono proprio tutti i colori. Anche l’azzurro (Fi) e il rosso (Pd). Ed anche le istituzioni sportive, con il Coni in testa, che della normalizzazione allo stra-corrotto mondo calcistico pure ha provato, almeno a parole, a fare argine. L’aspetto, ovviamente, non alleggerisce semmai rende la vicenda ancor più indigesta. Tanto più se viene inserito, appunto, all’interno di un quadro a dir poco problematico dal punto di vista economico del Paese. Inutile aggiungere che siamo garantisti, ma la sensazione di sgradevolezza resta.
Procediamo però con ordine. L’Istat ci informa che il divario Nord-Sud si è ampliato. Al Nord, nel 2016 il reddito medio di un lavoratore dipendente è stato di circa 24.400 euro contro i 16.100 euro di un lavoratore del Mezzogiorno. La differenza è di oltre 8mila euro annui. Insomma, è peggiorata. Il divario iniziale, che nel 2009 misurava 6.300 euro a vantaggio del Nord sul Mezzogiorno, si è notevolmente accentuato. Il reddito da lavoro dipendente nella provincia al vertice della classifica, Milano, è circa due volte e mezzo quello della provincia più indietro, Vibo Valentia.
Anche il debito pubblico (ad aprile) è ancora una volta aumentato. Secondo i dati della Banca d’Italia è cresciuto di 9,3 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.311,7 miliardi.
Di contro, al di là delle apparenze, il fatturato industriale non è aumentato. Quanto meno non ha invertito la rotta, ci ricorda sempre l’Istat. Insomma, ad aprile è salito dello 0,3% su marzo grazie al traino arrivato dall’estero, ma nella media degli ultimi tre mesi segna un calo congiunturale dello 0,6%.
E, sempre al di là delle apparenze, nemmeno la situazione occupazionale è migliorata. È vero l’Istat registra 147 mila occupati in più nel primo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2017 (+0,6%), e però il tasso di disoccupazione è sempre all’11%. O meglio, a voler essere pignoli, all’11,1%, dunque in crescita di 0,1 punti rispetto al trimestre precedente, ma in calo di 0,5 punti rispetto allo stesso periodo del 2017. I disoccupati sono 2 milioni 893 mila. E a dirla tutta: nemmeno l’occupazione precaria – ché di questo si tratta – aiuta a migliorare le cifre. Peraltro, come emerge dal rapporto 2018 della Commissione Ue che illustra i trend della tassazione, l’Italia è anche il paese europeo con la più alta tassazione sul lavoro (42,6%). Anche se “il fisco europeo è alto in generale, rispetto alle altre economie avanzate: 13 punti percentuali di Pil più degli Usa e 8 del Giappone”. Ma in Italia di più.
E non è finita qua. Il nostro Paese è anche maglia nera fra quelli Ue per i giovani fra i 18 e i 24 anni che non studiano e non cercano lavoro, i cosiddetti Neet. Secondo un’indagine di Eurostat l’anno scorso erano il 25,7%, contro una media europea pari al 14,3%. (Per la cronaca: la percentuale più bassa di Neet è registrata nei Paesi Bassi: 5,3%).
Ora, tutti questi dati, a volerli ponderare nell’insieme, fanno da drammatica sponda con l’argomento che più è stato dibattuto questa settimana, e cioè la questione della nave Acquarius e, più in generale, dei migranti respinti e dello scambio di accuse con la Francia. Ridotta, però, all’osso la questione può essere sintetizzata così: alle frontiere di un Paese (il nostro) che non cresce e si va vieppiù impoverendo, dove la disoccupazione non diminuisce e i giovani, senz’arte né parte, trovano solo occupazione precaria, preme una massa di disperati, questa sì crescente, che viene acriticamente incoraggiata da politiche e logiche che spesso sfuggono ai più. Una situazione, peraltro, che è resa ancora più drammatica dalla fuga dei cervelli di cui al Sud pure menavamo vanto fino ad un certo numero di anni fa. Sempre la Banca d’Italia, infatti, ci ricorda che, soltanto nell’ultimo lustro, dal Mezzogiorno del Paese sono andati via oltre 5 mila laureati all’anno.
In altri termini, siamo più poveri non soltanto in relazione al reddito, ma anche alla conoscenza tecnica e scientifica. Parlare di necessità demografica, dunque, in questo contesto, come a proposito dell’immigrazione dall’Africa molti “buonisti” acriticamente fanno, è parziale, fuorviante e irrealistico.

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