Cosa c’è dietro una lite tra adolescenti che finisce in tragedia

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16 anni uno, 15 anni l’altro, Alex e Francesco frequentavano la stesa scuola ed erano anche amici su Facebook. L’altra sera, Alex al culmine di un litigio ha preso la pistola del nonno e ha ucciso Francesco, dopo l’omicidio il quindicenne si è recato alla caserma dei Carabinieri di Mileto, in Calabria per costituirsi. Dai Carabinieri e dalla Procura dei Minori di Catanzaro, che indagano emergono pochi dettagli. Testimoni avrebbero raccontato di un litigio tra i due ragazzi, qualche spintone, parolacce, forse per una fidanzatina contesa, poi i due si sarebbero dati appuntamento per chiarire il litigio in aperta campagna, qui Alex ha esploso all’indirizzo di Francesco tre colpi di pistola. L’assassino è figlio di un noto pregiudicato della zona. Il padre e il fratello pochi mesi fa erano stati arrestati con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti. La vittima, invece, viene raccontata come un ragazzo mite e buono. Un delitto brutale che riporta alla luce la violenza e la cattiveria che i giovani d’oggi covano dentro sino ad esplodere in atti eclatanti. Adolescenti o poco più che si sentono già adulti, offesi nel loro onore che và difeso, anche con un’arma da fuoco. Giovani violenti e pericolosi. Alex e Francesco due ragazzi diversi nella personalità e nel carattere, supportati anche da famiglie diverse. Alex è cresciuto nella guerra di mafia, in un clima in cui ha normalizzato nel tempo la violenza quale mezzo di risoluzione delle diatribe anche più futili. Un esempio che spesso è preso anche dalla società moderna e non solo da famiglie mafiose. Ciò che sconvolge in questa vicenda è la facilità a reperire e ad utilizzare un’arma da fuoco, oggetto facile nelle famiglie criminali, ciò assume contorni gravi e preoccupanti. I minori vanno tutelati e protetti, non è infatti difficile pensare all’allontanamento dei minori da contesti familiari mafiosi come rimedio preventivo e la Calabria ne è un esempio, grazie anche alla collaborazione e alle richieste di madri coraggiose che vogliono porre in salvo i propri figli, preservandoli da un futuro già scritto che inneggia alla cultura della morte e non della vita. Alex ora sarà affidato ad un carcere minorile, che accoglie ragazzi dai quattordici anni in su che devono essere custoditi in istituti di pena, se condannati alla reclusione per aver compiuto un reato. Si tratta di una prigione speciale, in quanto non si ha contatti con detenuti adulti e si tratta di condizioni meno severe e programmi specifici per i ragazzi. Sono controllati dai Centri di Giustizia Minorile. Il filo conduttore del procedimento minorile, dunque, è rappresentato dalla finalità educativa del minore: in quest’ottica, infatti, sono predisposti gli accertamenti sulla personalità del minore, finalizzati ad una idonea risposta alla condotta deviante dello stesso, comprensiva della valutazione della sua personalità e del contesto di provenienza. Minori e reati costituiscono oggi un’emergenza educativa. Dal punto di vista del Tribunale, il giovane dev’essere messo senz’altro nelle condizioni di comprendere cosa e perché ha sbagliato e di riflettere su quali conseguenze comporta il reato commesso, sia per lui che per la vittima. La “filosofia” dell’intervento prevede la messa in campo di validi strumenti per tentare un recupero del minore cosiddetto deviante, agevolando invece la possibilità di una rapida fuoriuscita dal circuito penale per coloro che non presentano gravi deviazioni nel percorso di crescita e socializzazione. Importante è anche la rieducazione che passa attraverso una buona cooperazione ed un ottimo lavoro di rete. Una misura largamente utilizzata in tema di rieducazione è la messa alla prova, che comporta una sospensione del processo, che, quando hanno un esito positivo, portano all’estinzione del reato. Si tratta dell’istituto più innovativo ed originale previsto dal codice processuale minorile e rientra tra quelli diretti ad evitare la condanna e, di conseguenza, l’esecuzione della pena detentiva. In altri casi è possibile che gli assistenti sociali coadiuvati anche dagli psicologi che seguono il ragazzo detenuto, delineano un progetto di rieducazione personalizzato che tenga conto delle sue attitudini, della sua curiosità, passando anche attraverso “cosa voglio fare da grande”. Ai giovani detenuti và data la speranza di una vita sì segnata ma anche di un cambiamento possibile solo con l’impegno e con le alternative della nostra società.