Cosa prevede la riforma contratti

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Roma, 9 mar. (AdnKronos) – Dopo anni di tentativi, di quasi accordi e di rotture, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno tagliato il traguardo di una riforma del modello contrattuale unitario. E oggi Vincenzo Boccia, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo hanno ufficialmente controfirmato l’accordo già siglato il 28 febbraio scorso che stabilisce le regole del contratto collettivo nazionale archiviando così una stagione di rapporti difficili e quella intesa separata del 2009, siglata senza la Cgil. Una firma, inoltre, che riporta in primo piano il ruolo di regolatore che Confindustria e sindacati giocano nella vita economica del Paese dopo una lunga stagione che ne aveva messo in discussione le competenze ed allontana eventuali interventi di legge con cui scavalcare le parti sociali, come quel salario minimo per legge a cui ha pensato negli ultimi mesi la politica.

Oltre a definire un modello con cui disciplinare il contratto nazionale, cercare di dare slancio a quello aziendale per far decollare una produttività che langue, a stabilire criteri per la definizione dei livelli salariali e a definire il trattamento economico minimo che resterà comunque legato all’Ipca anche se potrà essere eventualmente modificabile dai contratti di categoria, l’accordo definisce nuove regole sulla rappresentanza sindacale da applicare, per la prima volta in assoluto, anche alle imprese.

A fare da sfondo al documento l’idea di creare regole che si ispirino comunque a una “governance adattabile”. Nessun abito a taglia unica, cioè, ma abiti ritagliati sulle necessità e sui bisogni di categorie diverse e di settori produttivi differenti. Per questo il contratto nazionale, che resterà articolato su due livelli, il nazionale e l’aziendale (o il territoriale dove esista) individuerà non solo il Tec (Trattamento economico complessivo) ma anche il Trattamento economico minimo (Tem) la cui variazione avverrà, si legge ancora, “secondo le regole condivise, per norma o prassi, nei singoli contratti nazionali in funzione degli scostamenti registrati nel tempo dall’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi membri della Comunità europea, depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati come calcolato dall’Istat”. Non solo. “Il contratto collettivo nazionale di categoria, in ragione dei processi di trasformazione e o di innovazione organizzativa, potrà modificare il valore del trattamento economico minimo”.

In busta paga, inoltre, entreranno anche eventuali forme di welfare: il trattamento economico complessivo, infatti, sarà costituito dal salario minimo e da tutti i trattamenti economici, dunque compreso il welfare, che il contratto collettivo nazionale di categoria qualifica come “comuni a tutti i lavoratori del settore”. Per quanto riguarda la contrattazione aziendale, il secondo livello, invece, l’accordo punta ad incentivarne uno “sviluppo virtuoso”, sia quantitativo che qualitativo. E tornando alle norme sulla rappresentanza e all’obiettivo anti dumping che si pongono le parti sociali sembrano non voler escludere un intervento di legge che rafforzi lo scopo anti pirateria. “Le intese in materia di rappresentanza possono costituire, attraverso il loro recepimento, il presupposto per l’eventuale definizione di un quadro normativo in materia”, si legge infatti nel documento.

Tra gli altri capitoli su cui Confindustria e Cgil, Cisl, Uil interverranno prioritariamente attraverso specifiche intese, il welfare aziendale; la formazione e le competenze; la sicurezza sul lavoro; il mercato del lavoro. Un tema quest’ultimo che mette al centro la gestione delle situazioni di crisi attraverso un utilizzo flessibile degli ammortizzatori sociali per la salvaguardia dei livelli occupazionali. E infine la partecipazione su cui l’accordo prevede la necessità di sostenere, anche attraverso lo sviluppo della contrattazione collettiva, le forme e gli strumenti sia della partecipazione organizzativa nelle imprese sia di quella strategica.