Così il Giappone creò la coltivazione delle perle

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Verso la fine dell’ottocento Kokichi Mikimoto (1858-1954), nostro amico di famiglia, si domandò se non fosse possibile aiutare la natura a creare una perla. Nato a Toba, nella provincia di Ise Mie Ken, famosa anche per il Templio Ise ginkgo e dove le Ama San (le pescatrici del mare) raccoglievano ostriche perlifere immergendosi nelle acque del golfo, fin da ragazzo aveva osservato quei molluschi studiando il fenomeno della loro riproduzione. Molti esperimenti non condussero a un bel niente e solo nel 1920 con l’aiuto di un suo amico dentista si sentì pronto per avviare la prima farm per le coltivazione di perle coltivate giapponesi, note come Akoya. Il tempo gli diede ragione. Le sue tecniche cominciarono a diffondersi. In un habitat particolare creato nelle baie di Ago e Goasko tra Toba e Kumamoto venne avviata la riproduzione delle ostriche perlifere Akoyagai. La coltivazione è una procedura molto complicata: basta poco per perdere intere annate di pescato. Le Akoyagai vanno coltivate dai 3 ai 5 anni, fino a raggiungere un calibro massimo di 10-11 mm. Una volta avviato il processo, le ostriche vengono rimesse in acqua e cominciano a perliferare e dopo aver subito una vera e propria operazione, durante la quale viene inserito nelle Gonade dell’ostrica (paragonabile alla placenta nella donna) un nucleo di madreperla con un parte di epitelio per evitare il rigetto, inizia il processo di coltivazione. La percentuale di successo comunque resta molto bassa. Circa il 50 per cento è ritenuto imperfetto e solo il 5 per cento è sferico al 100 per cento, prrendendo il nome di Hanadama (il fior fiore delle coltivazioni). Quelle irregolari passeranno per barocche , le allungate diventeranno gocce e utilizzate per orecchini e pendenti. Fu storica, per la nostra famiglia, la stretta di mano tra K. Mikimoto e mio zio Bartolo D’Elia, direttore dell’ufficio di New York, in segno di conciliazione dopo la guerra. Tutto il pescato di un anno fu da noi commercializzato e Mikimoto ci ricambiò con un Domo Arigator (grazie tantissime, per l’aiuto dato al comparto dopo le devastazioni della grande guerra). Se qualcuno mi chiede qual è l’anima del Giappone io rispondo sommessamente con le parole di un ignoto poeta giapponese: “E’ una perla lucente come una lacrima d’amore”.