Costalli: Il Jobs Act? Primo passo
Facciamo ripartire gli investimenti

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in foto Carlo Costalli, presidente nazionale di Mcl, Movimento Cristiano lavoratori

Promuove con riserva il Jobs Act approvato dal Senato in via definitiva ai primi di dicembre: “E’ il primo passo, ma da solo non risolverà il problema del lavoro in Italia”. Carlo Costalli, presidente nazionale del Movimento Cristiano Lavoratori, nel Promuove con riserva il Jobs Act approvato dal Senato in via definitiva ai primi di dicembre: “E’ il primo passo, ma da solo non risolverà il problema del lavoro in Italia”. Carlo Costalli, presidente nazionale del Movimento Cristiano Lavoratori, nel giorno d’apertura dell’ assemblea generale dei Giovani dell’ Mcl che si chiude oggi all’Hotel Ergife di Roma, si fa portavoce di timore e aspettative degli under 40, mai come oggi simboli della precarietà in cui si è trasformata “a causa delle disfunzioni del sistema, la necessaria flessibilità del mercato del lavoro”. In questi giorni ha avuto modo di confrontarsi con i giovani del movimento, primi destinatari della riforma dl lavoro. Quali sono state le prime reazioni? In linea di massima esprimiamo un giudizio positivo sul Jobs Act anche se va detto che la misura è stata enfatizzata in maniera eccessiva. Enfatizzata? Sì. E’ una delle critiche che rivolgo al presidente del Consiglio. Enfatizza spesso i provvedimenti del Governo e crea aspettative troppo alte sia sui tempi di attuazione che sui risultati concreti. Al netto dell’ottimismo di Renzi, crede che il Jobs Act avrà effetti concreti sulla crescita dell’occupazione in Italia? Penso che questa riforma sia un passaggio positivo ma non sufficiente. Da sola non risolverà il problema del lavoro. Anche se bisogna aspettare per dare un giudizio complessivo: la partita vera è rinviata ai prossimi sei mesi quando saranno approvati i decreti attuativi. Che cosa promuove della riforma e cosa, invece, non la convince? Partiamo dagli aspetti positivi: con il provvedimento che introduce l’idea del contratto unico a tutele crescenti si cerca di porre rimedio a una serie di disfunzioni del sistema che hanno trasformato la flessibilità in eccessiva precarietà. Da questo punto di vista la riforma Fornero era stata un passo indietro rispetto a una liberalizzazione del mercato del lavoro indispensabile non solo perché ce lo chiede l’Europa, ma perché necessaria nelle mutate condizioni economiche e occupazionali che ci troviamo ad affrontare. Ma riforme a parte, in Italia abbiamo un problema prioritario da risolvere. Quale? Bisogna riportare gli investimenti nel Paese perché sono quelli che creano lavoro vero e per farlo, oltre alla riforma del mercato del lavoro, occorre creare una serie di condizioni favorevoli: semplificazione della burocrazia, riduzione del carico fiscale, una giustizia civile un po’ più celere, maggiore sicurezza sul territorio, lotta alla corruzione. Gli aspetti negativi del Jobs Act? In attesa dei decreti attuativi è ancora una riforma molto vaga. Ci sono due-tre ragioni di scontro che hanno portato al braccio di ferro con i sindacati e alla proclamazione dello sciopero generale da parte di Cgil e Uil. La prima è quello dell’articolo 18, un passaggio che andava affrontato perché era diventato un blocco ideologico da superare. Ma su questo punto, a mio avviso, si è commesso un errore. Quale tipo di errore? L’articolo 18 resta in vigore per i lavoratori che sono assunti a tempo indeterminato,mentre sparisce per i nuovi assunti. Non è un bel messaggio di equità da parte del Governo: o si toglieva a tutti o niente. Sia chiaro: sono contrario allo sciopero generale in questo momento, ma credo che così facendo Renzi abbia involontariamente creato un alibi. Ha dato vita a una disparità capace di mettere in difficoltà anche la magistratura quando sarà a chiamata a decidere se un licenziamento è avvenuto per motivi discriminatori o per giusta causa. Si rischia di creare l’ennesimo scontro tra generazioni. Giovani senza tutele che devono pagare i debiti di chi c’è stato prima di loro e che hanno difficoltà di accesso al mercato del lavoro. Lo scontro si è creato anche sulla riforma degli ammortizzatori sociali. Lei che cosa ne pensa? Quando si va a riformare si toccano inevitabilmente interessi di corporazioni e centri di potere. Credo che l’Italia debba essere modernizzata e questo passaggio va nella direzione giusta. Il problema vero è che questi ammortizzatori sociali sono stati costruiti su un’Italia che per il 50 per cento non esiste più, quella della grande industria.