Covid, Papa (Vanvitelli): Mascherina e distanziamento la strada. Tamponi? Servono risposte in 8 ore. Per i positivi braccialetto elettronico

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in foto Michele Papa

di Giuseppe Delle Cave

Conosce il corpo umano a menadito. Per questa ragione, oltre ad essere uno dei ricercatori più citati e di prestigio del panorama scientifico italiano (in particolare, nel settore delle neuroscienze), è anche uno dei professori universitari più temuti della “Vanvitelli”, già Seconda Università degli Studi di Napoli. Michele Papa, ordinario di Anatomia umana presso l’ex ateneo SUN e chief curator dello storico Museo anatomico partenopeo, ne ha sentite tante sulla pandemia in questi mesi e ora chiede un atto di onestà intellettuale a tutti coloro che si occupano del virus.
“Bisogna avere il coraggio di riconoscere che stiamo ora creando il know how del Covid-19. Allo stesso modo di come Louis Pasteur e Robert Koch ci rivelarono le loro formidabili scoperte sui batteri”.
Quindi, professor Papa?
“Non esiste altra soluzione che attenersi scrupolosamente alle misure di distanziamento sociale, che associate alla promozione dell’igiene delle mani e all’utilizzo di mascherine, possono contribuire a ridurre la diffusione del contagio. Bisogna sottrarre terreno a questo virus, che – come tutti gli altri – da solo non vive. Non è capace di vita autonoma, siamo noi che gli prestiamo il fianco fornendogli una cellula in cui annidarsi. Limitare l’infettività tra le persone è l’unica arma che abbiamo e per farlo dobbiamo agire sulla diffusività del virus. Come? Riducendo all’osso i contatti”.
Non resta che affidarci ai Dpcm dunque?
“Certo, anche un Dpcm al giorno se dovesse servire a comprimere la socializzazione. Le persone vanno spronate ad adottare misure di distanziamento. La paura di marzo è scomparsa. Ci siamo rilassati. Ora va di nuovo assunta la consapevolezza che dalla scienza non può arrivare alcun tipo di soluzione prima della prossima primavera. Ci vorrà del tempo. E l’inverno non è ancora iniziato”.
E il vaccino?
“Io credo che gli anticorpi monoclonali prodotti in vitro si riveleranno più utili dello vaccino stesso, che ha invece bisogno di più dosi per essere efficace. Proprio come con i richiami nelle vaccinazioni infantili. Dobbiamo sperare che in 3/4 mesi si arrivi ad una dotazione ospedaliera di anticorpi tale da poter procedere sistematicamente con la terapia”.
Dunque, niente immunità di gregge?
“Gli studi hanno testimoniato chiaramente come dopo tre mesi il titolo anticorpale cali notevolmente. Quindi servono più dosi di un eventuale vaccino per poter proteggersi sul serio. Peraltro, questo è un virus che, a differenza di quelli del Novecento come la Spagnola e l’Asiatica, non colpisce soggetti giovani ma precipuamente gli over 65 e persone che manifestano fragilità o sindromi metaboliche multiple”.
E’ la malattia della Quarta età?
“Sì, sicuramente. Spesso si parla di giovani che risultano contagiati ma occorre riportare il dibattito anche ad una certa significatività statistica del dato e le nuove generazioni rappresentano, di fatto, un’eccezione”.
E i bambini? E’ possibile che si ammalino di meno per via del timo, quest’organo che produce linfociti T e rappresenta una sorta di prima linea della difesa immunitaria del nostro organismo?
“Non vi sono ad oggi evidenze scientifiche che vanno in questa direzione. Certo, il timo è un organo fondamentale contro i virus e raggiunge una maturazione peculiare in un periodo che va dalla nascita fino alla pubertà. Ma se la sua azione da sola bastasse non avremmo dovuto avere, nel passato, una mortalità infantile spaventosa a causa del morbillo o della difterite in bambini non vaccinati. La verità è che la letalità di questo virus viaggia di pari passo con l’invecchiamento. Una dimensione ancora del tutto ignota biologicamente, dove vi è un nuovo equilibrio dell’organismo e dove questo virus va ad inserirsi producendo danni ovunque. Perché bisogna dire che si tratta di un virus pandemico anche all’interno del nostro corpo. Non lascia intatto nessun distretto”.
Dove si può migliorare in fase di diagnosi?
“Sui tempi di risposta dei tamponi. Il risultato deve arrivare in 8-12 ore. E poi serve il famoso tracciamento, anche con un braccialetto elettronico per i soggetti positivi, altrimenti è inutile fare i tamponi”.
E’ qui, insomma, che abbiamo fallito?
“Sono aspetti tecnici ed amministrativi che si possono migliorare ma non abbiamo fallito da nessuna parte. Abbiamo semplicemente frainteso la tecnologia con la conoscenza scientifica. Un conto è poter far leva su sistemi digitali avveniristici ed un conto è la conoscenza scientifica, anzi biologica, dei processi. La complessità dei sistemi biologici mal si coniuga, ad esempio, con la forzatura di voler ridurre all’osso e a modelli un qualcosa di eclatante che si evidenzia in una cellula in coltura. Per passare dal modello tolemaico a quello copernicano ci son voluti 15 secoli. La tecnologia può molto ma non per forza ci aiuterà a comprendere più rapidamente in chiave scientifica questo virus”, e per chiosare come diceva l’astrofisico Carl Sagan, la scienza non è altro che obsolescenza pianificata: presto o tardi arriva qualcuno a dimostrare che non avevi ragione, o almeno non del tutto.