Crisi di nervi

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Il PIL italiano è cresciuto dello 0,8 per cento nel 2015 e nei prossimi due anni è previsto in crescita dell’1 per cento; gli investimenti provenienti dall’estero nell’economia reale italiana nel 2015 sono stati pari a 75 miliardi di euro (il 50 per cento in più rispetto al 2014) e le principali aziende quotate stanno realizzando corposi utili, conseguendo in numerosi casi i migliori risultati degli ultimi cinque anni. Ciò nonostante, l’indice di borsa italiana FTSEMIB da inizio dicembre 2015 allo scorso 11 febbraio ha perso circa il 30 per cento, mentre da inizio anno cede circa il 13 per cento dopo avere dimezzato le perdite dai livelli minimi di febbraio. Cosa sta accadendo di così terribile da giustificare un tale andamento? Nel 2011, la crisi dei debiti sovrani ha colpito il nostro Paese, trafitto dalla speculazione sui titoli di Stato e dall’esplosione dello spread; il nemico da guardare negli occhi era allora il rischio che le banche italiane, avendo nell’attivo patrimoniale circa il 20 per cento di titoli di Stato, rischiassero il collasso proprio a causa della caduta dei prezzi dei BTP, per giunta in un periodo di stagnazione economica, con la crisi finanziaria che si sommava alla congiuntura negativa. Tutti sappiamo come è andata a finire: la speculazione è completamente rientrata, le banche hanno effettuato una serie di operazioni per rafforzare i propri patrimoni, i titoli di Stato sono ritornati a prezzi superiori a quelli antecedenti la crisi e nel 2015 il Paese ha invertito il trend negativo di crescita dopo sette anni di durissimi sacrifici, segnati anche dalle politiche economiche recessive imposte dai burocrati di Bruxelles. Veniamo alla situazione attuale: la corposa caduta del prezzo del petrolio, che rappresenta un vantaggio in termini economici in quanto entrano soldi nelle tasche della collettività a danno dei Paesi produttori e di poche multinazionali, ha generato un improvviso e disordinato rientro di capitali da parte dei cosiddetti “fondi sovrani” di matrice araba, che hanno una potenza di fuoco pari a 5.600 miliardi di euro investiti in tutto il mondo, ovvero una grandezza superiore al triplo del PIL italiano e pari a circa 15 volte l’intera capitalizzazione della borsa italiana. I continui ribassi del greggio hanno dunque innescato un meccanismo di “rientro dei margini”, ovvero la necessità di fare rientrare capitali da investire in attività (materie prime) colpite da forti perdite, che sono stati prelevati proprio andando a liquidare in modo rapido e quindi violento attività in utile e facilmente liquidabili sui mercati azionari mondiali.

Questa ondata di vendite ha alimentato un “effetto valanga”, in quanto è mancata la capacità di contrastare l’offerta con la domanda e le continue cadute dei prezzi hanno coinvolto progressivamente i piccoli risparmiatori i quali si sono visti costretti a fare i conti con ingiustificate e corpose perdite pur in presenza di ottimi risultati aziendali all’interno di una congiuntura economica tra le migliori dell’ultimo decennio. Il nemico da combattere oggi è dunque la speculazione generata dalle “guerre lampo” che purtroppo (o per fortuna) si combattono sui mercati finanziari e non più sui campi di battaglia, determinando ugualmente enormi e rapidi spostamenti di ricchezza che mettono a dura prova il sistema nervoso degli investitori. A titolo di cronaca, nel 2002 il prezzo del petrolio era inferiore a 20 dollari al barile per poi attestarsi sopra i 50 dollari al barile negli anni successivi; quei valori hanno dato un fortissimo impulso all’economia mondiale e ai mercati finanziari che, nei cinque anni successivi, hanno vissuto un ciclo tra i migliori degli ultimi decenni. Dallo scorso 12 febbraio stiamo assistendo a un’inversione del trend ribassista del petrolio (da 26 dollari al barile agli attuali 40) e a un corrispondente apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro. Questo duplice segnale ha determinato un recupero di circa 20 punti percentuali dell’indice borsistico italiano dai valori minimi, probabilmente anche grazie al ritorno di capitali da parte dei fondi sovrani all’interno di quei mercati dai quali erano stati costretti a ritirarsi negli scorsi mesi per i motivi sopra descritti. Come spesso accade, gli stessi attori protagonisti del movimento speculativo ribassista sono i primi a guidare il recupero delle quotazioni, per cui è fondamentale per gli investitori non farsi travolgere dall’emotività, focalizzando l’attenzione sui risultati operativi delle aziende e non sui prezzi di borsa.

Per le ragioni sopra esposte, ritengo del tutto plausibile che nei prossimi mesi l’indice di borsa italiano recuperi integralmente le perdite cumulate nel 2016; in tal caso, come è già accaduto in passato, gli scenari economici apocalittici disegnati da numerosi organi di informazione cadranno nel dimenticatoio.

 

Roberto Russo Amministratore Delegato Assiteca SIM