Crollo del ponte, “Una violenza consumata dalla mano dell’uomo”: l’omelia del cardinale Sepe

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In foto il cardinale e arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe

“Non si può morire per negligenza”: lo ha detto ieri il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli, nel corso dei funerali dei quattro giovani di Torre del Greco morti per il crollo del ponte Morandi a Genova. Ecco di seguito il testo integrale dell’omelia:
“Cari Amici e Amiche, cari fedeli, Signor Sindaco, cari concittadini,
riempie il cuore e dà speranza il ritrovarci insieme oggi, con animo triste e le lacrime negli occhi, per condividere il lutto di alcune famiglie che conosciamo, e forse neppure conosciamo, ma abbiamo voluto essere presenti a questo sacro rito, mossi tutti da sentimenti profondi che esaltano il valore dell’appartenenza alla stessa fede, alla stessa comunità e ci fanno sentire comunque parte di una sola grande famiglia, al di là di ogni possibile vincolo di parentela.
Siamo qui per testimoniare vicinanza e affetto, nel ricordo di Giovanni Battiloro, Matteo Bertonati, Gerardo Esposito, Antonio Stanzione, quattro giovani perbene di Torre del Greco, morti tragicamente mentre nella loro auto percorrevano un famoso e strategico ponte di Genova, improvvisamente crollato e spezzato in due parti.
Sono quattro giovani vite spezzate nel fiorire dei loro anni 26-29 anni, gli anni dei sogni, delle aspirazioni, dell’ingresso nella società, dell’inserimento nel mondo del lavoro e della professione.
E’ un pezzo di futuro che se ne va e impoverisce tutti noi.
Perché sono morti?
Sono vittime innocenti della natura, certamente no; della malattia, nemmeno, perché giovani pieni di energie; sono vittime innocenti della imprudenza, manco a pensarlo, perché giovani ben formati e rispettose delle regole.
Sono vittime innocenti del destino? Ma il destino non esiste perché Dio ci ha creati liberi, liberi di fare le nostre scelte, di vivere la nostra vita, di campare anche cento anni e oltre.
Qualcuno dice che è il momento del dolore e del lutto e non dobbiamo pensare alle cause e ai responsabili. E’ vero, ma è altrettanto vero che può essere un ragionamento fuorviante, elusivo e quasi di comodo.
E’ giusto, viceversa, che ci poniamo degli interrogativi e che ci domandiamo perché è accaduto, non per fare del giustizialismo e del sensazionalismo, ma perché abbiamo il dovere di saperlo per il rispetto che dobbiamo a chi ha perduto la vita e alle loro famiglie.
E dobbiamo saperlo perché la vita è sacra, va difesa e va rispettata da tutti, sempre e in ogni modo. Interrogarci significa rispettare la vita di Giovanni, Matteo, Gerardo e Antonio e, con loro, la vita di Stella Boccia di Somma Vesuviana, di Gennaro Sarnataro di Casalnuovo e di tutte le altre trenta vittime del crollo.
Non si può morire per negligenza, per incuria, per irresponsabilità, per superficialità, per burocratismo, per inedia. Anche questo è violenza, violenza contro la persona, violenza contro l’umanità, violenza contro la società.
Quattro giovani e tante altre persone non sono morti perché lo ha voluto il destino. Non è accettabile, perché i nostri quattro ragazzi di Torre del Greco e le altre vittime innocenti non avevano scelto di incontrare la morte, anzi avevano fatto una scelta di vita e di riposo, se non di lavoro.
Cosa diciamo alle mamme e alle mogli o alle fidanzate di queste vittime innocenti?
Certo, a queste mamme, ai parenti diciamo di non farsi abbattere dal peso tremendo del dolore, ma di trovare conforto guardando a Maria sotto la Croce sulla quale era stato inchiodato suo Figlio Gesù.
La morte di Cristo ci insegna che anche la nostra morte non è un salto nel buio, l’ultima spiaggia. Certo la morte di un figlio è innaturale, incomparabile, perché con il figlio morto se ne va anche una parte della genitrice e del genitore. La morte precoce e violenta di un figlio è devastante, saltano gli equilibri affettivi e psichici, tutto è diverso da prima, la famiglia viene sconvolta.
Che cosa si può dire a una mamma o a un genitore che vive nel dolore per la morte di un figlio? Quali parole possono essere di conforto? Quale motivazione o giustificazione si può addurre? C’è in loro un rifiuto assoluto di ogni tentativo di ragionamento, perché quel figlio, morto per colpa non sua, era carne della loro carne, doveva essere la continuità di un progetto di famiglia perché espressione di un vincolo di amore profondo voluto e fatto crescere per proiettarsi nel futuro.
Solo la fede in Cristo morto e risorto può essere di aiuto, perché è la fede che ci dà la forza per affrontare il mistero della morte, per ritrovare quella speranza che sostiene e motiva la continuità del vivere cristiano, aperto al Soprannaturale e alla risurrezione finale nella quale ci ritroveremo tutti insieme per vivere nell’eternità la gioia del Risorto.
La morte del giusto non è mai vana, ma è spinta al cambiamento, è viatico per vita nuova di una società più giusta e più umana.
Giovanni, Antonio, Matteo e Gerardo restano testimonianza viva di una violenza consumata non dal destino ma dalla mano dell’ uomo e diventano simbolo di rinascita se tutti e ciascuno sapremo uniformare i nostri ruoli e i nostri comportamenti a quell’etica della responsabilità che è parte fondamentale del vivere civile e religioso.
Affidiamo a Maria SS.ma e all’intercessione del Beato Vincenzo Romano, che sarà proclamato Santo il prossimo 14 ottobre, le anime di questi nostri fratelli perché il Signore, nella sua infinita misericordia, conceda loro pace e riposo eterno”.