Cultura, impresa e innovazione in rete, Ipe modello vincente

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“La sorprendente energia di Napoli” è il tema del convegno organizzato dall’Ipe di Napoli, lo scorso 26 gennaio, per l’inaugurazione dell’anno accademico 2018/2019 e – insieme – dei locali ristrutturati a tempo di record nel palazzo della residenza universitaria che si affaccia su via Crispi. E già, perché quella che oggi è la sede del Collegio Monterone sta per trasformarsi – il giro di boa è fissato per il 2020 – in un polo attrezzato d’alta formazione che si sviluppa su oltre 5 mila metri quadrati con 15 aule studio e biblioteche e 10 aule didattiche: una struttura in cui saranno ospitate decine di giovani studiosi provenienti da tutto il mondo e si terranno master per 500 studenti contro gli attuali 130. Espansione preceduta, già l’anno scorso, dall’ampliamento dei corsi d’ alta formazione post-universitari della Business School, passati da tre a cinque: visto che a quelli tradizionali – Finanza Avanzata, Bilancio e Shipping&Logistica (che confermano il trend di placement del 100% entro i sei mesi dalla fine delle lezioni) si sono aggiunti il Master in HR&Social Recruiting, aperto a laureandi e laureati in tutte le discipline (e che può vantare, a soli due mesi dalla consegna dei diplomi, il 78% di placement) e quello in Marketing, Digital, Retail&Sales.

Ma qual è il segreto di questa “sorprendente energia”? A sentire gli organizzatori del convegno svoltosi nel Collegio universitario Monterone, in un’Aula magna stracolma, è nel corto circuito virtuoso che nasce, a Napoli, dall’incontro tra cultura, impresa e innovazione, e di cui proprio l’Ipe rappresenta in città un esempio vincente. E a testimoniarlo ci sono tra i relatori – assieme al presidente dell’Ipe Raffaele Calabrò (guarda l’intervista), al direttore scientifico Carlo Santini (guarda l’intervista) e al segretario generale e direttore scientifico dei Master, Antonio Ricciardi (guarda l’intervista) – alcuni di quelli che vengono considerati i protagonisti di questo ennesimo rinascimento napoletano: tutti, non per caso, in rapporti di collaborazione con l’Istituto; da Sylvain Bellenger (guarda l’intervista), direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte a Domenico Lanzo (guarda l’intervista), presidente e Ceo di NetCom group; da Giovanni Lombardi (guarda l’intervista), presidente e fondatore del gruppo Tecno a Giorgio Ventre (guarda l’intervista), direttore del Dipartimento di Ingegneria Elettrica e delle Tecnologie dell’Informazione dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Mettere insieme, dunque, “cultura, imprenditorialità e tecnologia”. Quasi un manifesto: come si evince dalle parole di Calabrò che spiega: “Il nostro obiettivo è rendere strategica, per l’Ipe, la funzione di collegamento tra il mondo delle università e quello delle imprese. Un ruolo di cerniera che l’istituto già svolge, con crescente intensità, da oltre una decina di anni, ma che verrà consolidandosi a partire dall’anno prossimo: in cui decollerà, finalmente, il progetto Ipe 2020”. Il tutto, ci tiene a sottolineare Calabrò, senza perdere di vista la missione originaria dell’Istituto: che consiste nel puntare a una formazione “prima di tutto umana, quindi professionale” dei suoi allievi.

Ma c’è di più. Ipe 2020, nelle intenzioni dei suoi promotori, rappresenta uno snodo cruciale per la stessa vita economica della città: la quale, secondo il presidente dell’Ipe, e come recita il titolo del convegno, è tutt’altro che spenta, “come ci dicono le tante iniziative che stanno, appunto, a mezzo tra l’impresa, l’università, la formazione e la cultura”. E che ha bisogno, soltanto, di trovare un centro, un punto di raccordo nel quale incanalare e valorizzare le energie umane, professionali, imprenditoriali che corrono il rischio di essere disperse. E l’Ipe si candida per questo. “Anche andare all’estero – assicura Calabrò -, non è più di moda. Molti giovani non vedono l’ora di tornare. E del resto, le capitali europee non rappresentano più una prospettiva allettante dal punto di vista professionale. Meglio, allora, tentare di farsi strada a Napoli e nella Campania. Lo spazio c’è, a giudicare dalle statistiche in materia di placement, fornite dall’Ipe. “Tanti ne formiamo, tanti se ne assumono: e oltre la metà nella nostra regione”, afferma, dati alla mano, Calabrò. Ed ecco, dunque, il progetto, ambizioso, di rendere sempre più organico il network Ipe-Università-imprese: per far sì “che un modello fin qui collaudato con successo possa espandersi a vantaggio dei nostri giovani e della nostra comunità”.

Un concetto, quello di network, che per Antonio Ricciardi, è la ragione sociale stessa dell’Istituto. “Tutto questo paziente lavoro di aggregazione – aggiunge Ricciardi – non è stato fine a se stesso. A noi non interessa propagandare il mero risultato quantitativo della nostra opera, l‘efficienza del nostro Istituto, i lavori chiusi in un anno per il polo che nascerà…fare i primi della classe. No, il punto è un altro. Ci preme mandare un messaggio alla città, indicare una prospettiva; dire: guardate che da soli non si va da nessuna parte. Se c’è rete, se c’è network, se c’è collaborazione – chiamateli come volete – le cose accadono, l’occupazione arriva. E allo stesso tempo vogliamo ricordare che perché tutto funzioni occorre agire in un’ottica di servizio ”.

Che l’Ipe si affermi sempre più come crocevia di esperienze che vengono dal mondo dell’impresa e da quello della ricerca è chiaro soprattutto a coloro che, negli anni, hanno costruito rapporti stretti di collaborazione con l’Istituto. A cominciare da Giorgio Ventre, direttore del Dipartimento di Ingegneria Elettrica e delle Tecnologie dell’Informazione dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. “L’Istituto Ipe è l’antesignano della volontà di fare rete per offrire ai nostri ragazzi le migliori opportunità di formazione – afferma nel corso del suo intervento -. E i master Ipe sono un esempio classico di cosa significa mettere assieme le migliori competenze della città per creare figure professionali di successo”. “Napoli – aggiunge Ventre – si candida ad essere una capitale dell’innovazione tecnologica. La collaborazione tra aziende, università, enti di formazione e Regione sta portando frutti incredibili e già oggi la città sta diventando un hub di formazione di competenze digitali di livello internazionale”.

Concetto ribadito da Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte. “Il Museo Di Capodimonte – dice – è una grande realtà culturale che sta vivendo l’esperienza di una grande trasformazione di missione. Ha un ruolo culturale molto più interdisciplinare rispetto al passato”. Così “gli imprenditori napoletani si sono avvicinati per chiederci e darci visibilità. Siamo oltre il mecenatismo – precisa Bellenger -. Si è creata una partecipazione e una collaborazione non solo per il finanziamento delle iniziative, ma anche per la visione che tutti dobbiamo condividere”.

Ecco invece che cosa dice Giovanni Lombardi, presidente e fondatore del gruppo Tecno: “Imprese, cultura, formazione, innovazione. Come azienda abbiano “mischiato” tutte queste competenze, abbiamo creato un comitato scientifico con a capo Giorgio Ventre e formiamo i giovani con una nostra Academy interna, oltre ad aver finanziato il centro Apple nel museo di Capodimonte”. “La trasformazione digitale è una sfida enorme ma anche una grossa opportunità – aggiunge -: è una leva per rientro dei cervelli, grazie alla quale anche le competenze umanistiche oggi sono richieste dal mercato del lavoro”.

E Domenico Lanzo, presidente e Ceo NetCom group, sottolinea come, forse per la prima volta, si stiano creando le condizioni per un ritorno di tanti nostri giovani che sono andati via in cerca di lavoro: “ Netcom favorisce il rientro e la formazione di base per i nostri clienti. Rispetto agli anni passati in cui i giovani cercavano al Nord Italia o all’estero opportunità lavorative dopo il percorso di studi, oggi assistiamo a un’iniziale inversione di tendenza – aggiunge Lanzo – e Ipe favorisce questo processo di rientro”.

Amedeo Manzo, presidente della Bcc Napoli ricorda che il suo istituto è partner storico dell’Ipe, e di quest’ultimo sottolinea il ruolo prezioso nella formazione delle elites. “Pensiamo che una nuova classe dirigente sia importante per il nostro futuro –afferma Manzo -. E non servono solo specializzazione e studio, ma anche umiltà, perseveranza, attitudine al rischio, volontà”.

Ma è Carlo Santini, direttore scientifico dell’Ipe, a richiamare le finalità morali dell’Istituto e a sottolinearne la funzione sociale. “Siamo orgogliosi di contribuire alla formazione delle classi dirigenti del futuro – esordisce -. Contrariamente a quel che oggi molti pensano, noi non consideriamo elìte una brutta parola. Anzi. Essere elìte non significa soltanto avere (più onori, più gratificazioni), ma anche e soprattutto dare (in termini di servizio alla comunità nella quale si vive). Quanto alle finalità sociali dell’Ipe: “Siamo molto soddisfatti – afferma – dei risultati raggiunti dai nostri corsi, perché a 6 mesi dalla fine dei master quasi il 100 per cento degli studenti ha un’occupazione”. Ma anche per un’altra ragione: “Risultati ancora più importanti se si pensa che i nostri master possono vantare lo stesso placement esibiti da istituti i cui corsi possono costare anche dieci volte di più dei nostri”.

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