Il cuore dell’industria batte per l’Europa

44
in foto Pierre Gattaz

Il giorno del cambio della guardia al vertice di BusinessEurope alla fine è arrivato. Così il francese Pierre Gattaz, fino a qualche giorno fa a capo del Medef, sostituisce alla presidenza Emma Marcegaglia che ha guidato il consesso per cinque anni. La cerimonia del passaggio, celebrata a Bruxelles alla presenza dei rappresentanti di tutte le Confindustrie europee, è stata semplice e toccante.
Gattaz ha messo subito in chiaro una cosa: la sua politica sarà il proseguimento di quella praticata dalla collega italiana. Nessuno strappo, nessuna deviazione: gli industriali hanno bisogno di un’Europa più coesa e più convinta. Diffidano dei nazionalismi, non amano i dazi e hanno bisogno dell’euro per avere stabilità. Insomma, se esiste un cuore che batte forte per l’Europa questo si trova nel petto di BusinessEurope.
Non è una circostanza scontata. La disaffezione per la costruzione unitaria si allarga a macchia d’olio e raggiunge un numero sempre maggiore di Paesi la cui opinione pubblica imputa all’Europa le difficoltà incontrate in casa propria. Il che non è del tutto sbagliato, se si considera che un’impostazione eccessivamente burocratica ha fatto perdere di slancio al sogno comunitario, ma in gran parte funziona da alibi.
Nella narrazione che si sta affermando un po’ dovunque l’Europa diventa l’origine di tutti i mali. A lei si deve il protrarsi della crisi economica, a lei la chiusura delle fabbriche, a lei la mancanza di lavoro. E così la costruzione che doveva essere la ridente casa comune degli europei è vista come una prigione dalla quale progettare di fuggire il prima possibile. Salvo poi, magari, pentirsi.
Un po’ come è accaduto in Gran Bretagna che dopo aver votato per uscire dall’Unione sta ora cercando di rendere lo strappo il meno doloroso possibile studiando un allontanamento lento e soffice. L’Europa di oggi non corrisponde certo a quella sperata e disegnata dai padri fondatori ma in un mondo dominato da giganti come Usa, Cina, Russia e tra poco anche Africa è l’unica dimensione possibile.
Il problema, allora, è come restituirle smalto. Come renderla funzionale a una società in rapido cambiamento, travolta dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica in un contesto caratterizzato da sempre meno certezze. Pochi vincitori e molti vinti sembrano abitare questo nuovo mondo dove si allarga la forbice tra ricchi e poveri e le disuguaglianze creano rancore.
Giocare a dividere, puntando su ansia e paure, risulta un gioco fin troppo facile. Si stava meglio quando si stava peggio, pensa chi si considera uno sconfitto, e il rifiuto dell’Europa diventa una reazione quasi naturale. La sua dissoluzione sarebbe un regalo ghiotto per quei Paesi che invidiano la nostra ricchezza e la nostra storia e non vedono l’ora di approfittare dell’attuale debolezza.
Delusione e diffidenza sono il frutto avvelenato di avvenimenti eccezionali, anche se previsti, e politiche sbagliate. A questo occorre naturalmente porre rimedio. Con pazienza e lungimiranza – partendo da quello che unisce, ed è ancora tanto – si dovranno recuperare le ragioni di una visione comune e il collante dell’industria potrà essere di grande aiuto per progettare una nuova stagione di benessere.