Cuorineri di Simona Pino d’Astore: la funzione morale della scrittura contro l’illegalità

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di Fiorella Franchini

Oggi che siamo abituati alla spettacolarizzazione del crimine e del dolore collettivo per le vittime, Cuorineri Il Direttore della giornalista Simona Pino d’Astore – GRAUS Edizioni -, è un racconto con un punto di vista inusuale. Storie vere segnate da rapine, omicidi, reati penali da scontare in carcere per conto di una criminalità organizzata, quella brindisina, che sembrano essere l’unica via da percorrere per i protagonisti. Le vicende di Franco Altavilla, Luigi Narcisi e Luigi Patisso s’intrecciano con il malaffare e con il degrado sociale, autorizzando una lettura psicologica della loro deriva criminale. I testi di criminologia spiegano il comportamento criminale principalmente con due teorie, la prima, di tipo sociologico, che mette in relazione la criminalità con l’ambiente sociale, con una cattiva distribuzione delle ricchezze e quindi con il capitalismo, la seconda, di tipo psicopatologico, che punta sui problemi psicologici dovuti a complessi o traumi infantili. I Cuorineri di Simona Pino d’Astore, siano essi reali o personaggi verosimili, hanno tutti un’infanzia povera e difficile, genitori anaffettivi, spesso sono vittime di violenze domestiche. Il loro sentimento di riscatto si trasforma in un’ossessione di arricchimento e di sete di potere ad ogni costo, l’illegalità diventa lo strumento più veloce ed efficace per raggiungerli. Non di rado, si tratta di veri e propri talenti prestati al male; “Se dedicassero la stessa perseveranza, la stessa intelligenza, lo stesso spirito di risorsa, ad attività oneste, guadagnerebbero senza dubbio molto denaro e raggiungerebbero posizioni importanti”, ironizzava il commediografo britannico William Somerset Maugham. Se inizialmente, la vita del mafioso apparirà ai protagonisti come la chiave d’accesso più facile per conquistare un posto di primo piano nel mondo, al tempo stesso il sacrificio degli affetti, della libertà, il peso dei compromessi, lentamente, susciterà dubbi e rimpianti. Messi di fronte a una nuova possibilità di vita, comincerà per alcuni un graduale cambio di rotta. E’ l’inizio di un cambiamento che testimonia quanto gli ultimi studi stanno confermando: non soltanto il miglioramento del tenore economico e degli standard sociali, non solo un percorso di psicoterapia fermano un comportamento delinquenziale. L’unico antidoto è la creazione di una coscienza morale nei giovani a rischio come nei detenuti, la nascita della consapevolezza che si può cambiare in meglio il proprio percorso di vita. Da quest’ottica il romanzo va oltre la narrazione letteraria, oltre l’inchiesta giornalistica e diventa un vero e proprio progetto etico. La scelta di Narcisi e Patisso di concedersi un’altra possibilità, di scegliere la strada della legalità, della solidarietà, dell’impegno civico attraverso la partecipazione anche alla politica cittadina, sostenendo la candidatura di Anna, ex-compagna di classe di Narcisi, come sindaco di Brindisi, è un atto di speranza e di ottimismo. Un libro che non è né un’operazione commerciale, né un prodotto culturale, bensì un laboratorio di esistenze. Non a caso l’autrice intende proporlo negli istituti di pena e in tutti quei contesti difficili in cui soltanto un profondo fattore motivazionale può innescare una trasformazione consapevole e decisiva, capace di salvare i singoli e un’intera comunità. “Un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi” auspicava Franz Kafka. Può cominciare proprio dagli ultimi, da quelli che hanno toccato il fondo, il riscatto di tutta una società abbagliata dal consumismo e dall’atavica brama di predominio. Simona Pino d’Astore e i protagonisti del suo romanzo ne sono convinti e scommettono sui valori umani, sugli ideali coraggiosi e sulla funzione morale della scrittura. Don Chisciotte o eroi del nostro tempo?