Curare

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Mercoledì scorso si è verificato un accoltellamento da parte di un ragazzo di 16 anni verso un suo compagno di classe 15enne all’istituto “Einaudi” di Senorbì a circa 40 km da Cagliari.

Sicuramente l’evoluzione fa il suo percorso, la gente cresce mentalmente più in fretta e si intravedono i cambiamenti delle abitudini e delle esigenze, ma a tutto c’è un limite.

Molti scambiano la crescita con un senso innato di potenza e trasgressione che deve essere mostrato agli altri in un modo o nell’altro.

Prima, questo atteggiamento poteva esprimersi nelle bugie dette ai genitori, poi nel provare droghe o ubriacarsi in discoteca, ora ci imbattiamo in articoli di cronaca dove l’accostamento delle parole ‘’teeneger’’ e ‘’coltello’’ è sempre più frequente e decisamente inquietante.

Nessuno vuole mettere in dubbio la complessità dell’età adolescenziale, dove prevale il desiderio di bruciare le tappe, di sembrare più grandi senza sapere cosa comporta. Ma c’è una grande differenza tra il normale sbandamento e azioni indicibili.

Non si può giustificare nessuna violenza fisica, che sia stata fatta da un ragazzino o da un adulto. Ma nel caso del ragazzino appare più forte la voglia di capire che cosa spinga una persona inconsapevole, con poco vissuto alle spalle e che dovrebbe voler sperimentare esperienze genuine, a commettere qualcosa di molto vicino all’omicidio colposo.

È stata proprio la poca esperienza a motivare questo gesto o un’esperienza traumatica? O si è trattato più semplicemente di un momento di bassa pazienza? In ogni situazione siamo inclini a voler capire il vero motivo delle azioni proprie o altrui, per sapere se c’è una via d’uscita o se non c’è nessuna speranza.

Insomma, in un’epoca dove è difficile prevenire a causa dell’ingestibile impulsività, di codici sbagliati e di imitatazione, ciò che resta da fare è curare dove ce ne è bisogno.