Da dove veniamo e dove dovremmo andare: la nebbia dell’incertezza ci ostacola non poco

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Una politica economica nazionale deve includere sud e nord per avere un’adeguata reputazione in Europa. Non bisogna chiudere le imprese meridionali nella riserva indiana delle regioni e della retorica meridionale. Servono le banche, della grande tradizione europea ma servono ancora di più l’industria finanziaria: le non banche. Per costruire la crescita e governare lo sviluppo, le regioni hanno funzioni di redistribuzione e di welfare: non di crescita economica.

Partiamo da queste esigenze. Da una parte si vuole chiudere l’economia e la società meridionale in una sorta di struttura autosufficiente, capace di contenere e gestire se stessa, anche attraverso la presenza degli enti regionali ma, d’altra parte, il sistema economico e sociale del Mezzogiorno non è in grado di organizzarsi e governare le proprie risorse e quindi non possa né debba farlo. Mentre la politica economica della crescita – quella che si realizza con imprese efficienti e competitive ed investimenti rischiosi ma efficaci, una volta che abbiano generato ricchezza e non perdite – deve necessariamente rappresentare un percorso omogeneo e coerente per l’intero paese.

Dalla Ricostruzione al Piano Vanoni, dallo sviluppo industriale del Sud ai piani di Ugo La Malfa e di Giolitti, la percezione della crescita come leva dello sviluppo era evidente e coerente. L’esplodere della questione settentrionale, viste le sciagure degli anni ottanta nel Mezzogiorno, e la fragilità progressiva della riforma regionale in Italia, e la progressiva erosione dei partiti politici, hanno smantellato sia il problema della crescita che la identità comune del sistema industriale ed imprenditoriale del nostro paese.

Ora siamo di fronte ad un doppio problema: decifrare cosa e come si possa riorganizzare la dimensione delle imprese e degli investimenti nel Mezzogiorno; come collegare la politica nazionale con quella dell’Unione Europea.

Se guardiamo ad aziende italiane di piccole e medie dimensioni – denominate “gazzelle” per il ritmo che hanno impresso dal 2007 al 2015 per uscire dalla crisi – si vede che in Italia, nel 2007, esisteva un numero significativo di queste imprese (3962) rispetto a quelle del Mezzogiorno, che erano 680. Queste ultime sono il 17% del totale; il pil del Mezzogiorno rispetto all’Italia quota al 23%.

Insomma abbiamo anche cultura e capacità industriale ma non nella misura sufficiente per definire come un insieme chiuso la “grande regione meridionale”, spacchettata a sua volta in ambiti regionali che, in quanto istituzioni, operano nella sanità, nei trasporti, nell’urbanistica, nell’agricoltura e nella formazione. Certamente non nella politica economica nazionale.

Ma non bastano le aggregazioni tra imprese nel Mezzogiorno; servono, invece, relazioni adeguate tra imprese e banche nel Mezzogiorno. Perché non ci sono gli strumenti dei mercati finanziari; ci sono banche troppo grandi ed imprese troppo piccole; ci sono molti debiti e poco capitale nelle imprese esistenti; la lunga recessione ha trasformato i crediti degli ultimi anni in crediti deteriorati.

Il ministro Padoan sta agendo con strumenti fiscali per accelerare i criteri di ammortamento degli investimenti ed offrire crediti di imposta: per ottenere, negli anni successivi all’investimento, sgravi fiscali. Sono misure idonee ma non ancora sufficienti rispetto ai problemi descritti. Serve liquidità al sistema delle imprese meridionali: per allungare i debiti in scadenza e per ottenere fondi con i quali sviluppare gli investimenti. Utilizzando anche gli strumenti dell’industria finanziaria: le non banche.

Bisogna guardare all’industria della finanza: a quelle non banche che potrebbero essere utili nei progetti delle piccole e delle medie imprese. Imprese da 5 a 10 milioni di fatturato che potrebbero utilizzare, grazie ai così detti minibond, obbligazioni che si affiancano ai prestiti bancari, da 500mila ad un milione di euro, per sviluppare i propri investimenti. Le medie imprese, tra i 10 ed i 50 milioni di euro, sarebbero altrettanto, ed in proporzione, supportate ad intraprendere investimenti sia all’estero che sul mercato interno.

Questi sono i problemi dell’integrazione tra un Mezzogiorno, screditato e ridimensionato nelle sue potenzialità economiche e sociali. Ma sono anche i problemi di una possibile, ed ancora inutilizzata, integrazione tra Sud e Nord del paese. E tra l’Italia e l’Unione Europea. Perché non riusciamo a superare questi problemi e gli effetti negativi che generano?

Nel secondo trimestre del 2016 viene meno il tentativo di ripresa della crescita economica. Ai problemi interni si aggiungono quelli esterni: l’incertezza generata dalla geopolitica del mediterraneo e del medio oriente; la divaricazione tra la ripresa della crescita negli Stati Uniti rispetto all’Unione Europea; la separazione, creata dalla Brexit, tra UK ed il resto dell’Europa, che genera per ora una svalutazione radicale della sterlina ed un rafforzamento dell’asse tra il centronord dell’Europa, la Russia e la Turchia; la tendenza, in ragione della Brexit, a rilanciare una relazione tra Cina e Stati Uniti dal lato del pacifico e non dell’atlantico.

Una relazione atlantica, tra USA, UK ed UE dovrebbe essere, almeno per altri trenta anni un perno di riferimento verso i paesi emergenti.