Da ingegnere e sportivo a re dell’“Arte bianca”

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Solo negli archivi alinari si possono trovare le fotografie che testimoniano come si praticava, fino a qualche tempo fa, l’arte bianca dall’amalfitana valle dei mulini a torre annunziata; come si producevano le paste che facevano il giro del mondo a cominciare dagli spaghetti, con le loro lunghe file messe ad asciugare al sole e all’aria, proprio come si usava con vestiti e lenzuola. il nuovo, rivoluzionario metodo di “essiccazione”, nasce alle porte di napoli, a nola, per merito di un imprenditore che precorreva i tempi: don Guido Ferrara. suo il ricorso all’alta temperatura, ora in uso negli stabilimenti tecnologicamente più avanzati. È il procedimento che garantisce una qualità decisamente migliore. L’avvio si ha nel 1990 quando don Guido costruisce, nell’area industriale nolana, il nuovo pastificio (100 mila metri quadrati, 35 mila coperti) che porta il suo nome e da lui considerato come un ritorno alla propria terra. Lui che, appassionato continuatore di una bella “saga familiare”, aveva già dato prove di managerialità con lo stabilimento artigianale di Cimitile e quello industriale di san paolo Belsito. Ma è nola (ora oltre cento dipendenti e 10 linee produttive) che sul finire del ‘900 diventa la grande “casa madre”. don Guido vi investe le sue risorse, per prima la capacità creativa. era un uomo diventato “capitano d’azienda” passando attraverso una molteplicità di esperienze, sia di studio che di lavoro (“il mio vero studio è il mio lavoro”, diceva). nato nel 1931 ad arienzo san Felice, temperamento riflessivo e uomo d’azione, studia ingegneria Meccanica fin quasi alla laurea. La spinta operativa lo vede “conduttore” cinematografico (programmava da spettatore, non da gestore). nella sua versatilità trovano posto altri interessi e richiami: la floricoltura (scopre nuove varietà di tulipani), l’arbitraggio nelle partite di calcio (imponente statura, voce forte, controllo del campo). L’apertura al sociale è il sostegno al premio Cimitile (fin dall’inizio quando, nelle basiliche paleocristiane, era lontano dal raggiungere la notorietà nazionale). ancora la presidenza della polisportiva di san Felice a Cancello e il sostegno,da parte della famiglia, alla squadra calcistica di procida. La svolta, per don Guido, quando con piena autonomia decisionale accetta di dirigere i “gioielli” del nonno materno (figura di spicco nell’arte bianca): un molino e un pastificio in attivitità dal 1883. nola, dopo Cimitile e san paolo, diventa così un approdo qualificante per l’innovazione e la ricerca di nuove modalità produttive. La imponente facciata dello stabilimento sembra quasi una ‘cattedrale’. vi si entra con grande ammirazione. Coinvolge vedere come si incontrano la semola di grano duro e l’acqua controllata attentamente: la rete di analisi chimiche e fisiche,l’attenzione “visiva” e costante sulle forniture della materia prima e sui lotti di pasta prodotti fino alle prove di cottura. sembra di vederlo,don Guido, quando parla di sapori intensi e di colori dorati. Ma la sua espressione che resta più impressa perché rivelatrice,è quando descrive i formati delle paste “trafilate al bronzo” e quelle “tirasugo”: dalle penne lisce o rigate e poi,in rapida sequenza, farfalle, spaghetti, e “pietre del vesuvio” (opera di un abilissimo architetto- incisore più che di un appassionato pastaio). tutt’intorno un panorama avveniristico che qui è realtà: linee trasportatrici che si incrociano come a edenlandia, pacchi di pasta che camminano come passando per un metal detector (quelli che hanno una imperfezione vengono fermati e scartati), robot telecomandati che si mostrano più efficienti dei normali vigili urbani, semafori che non perdono un colpo. È tutta l’intelligenza artificiale che, in questo modo, viene messa utilmente a servizio di uno dei capitoli più importanti sul piano alimentare. se l’uomo è ciò che mangia, asseriva Feuerbach,con la pasta qui prodotta si può stare davvero tranquilli. dal settembre 2014 don Guido non c’è più, ma solo fisicamente. Lo stabilimento è patrimonio di una famiglia coesa che intorno alla “patriarcale e regale” figura paterna trova, in ogni momento, le ragioni di una feconda unità di intenti. Quattro i figli cui è passata una eredità di grande valore morale: Renato chirurgo vascolare al Cardarelli; Luca ora amministratore unico; Flavia che ha di recente incominciato a familiarizzare con l’azienda; Marina addetta ai controlli e alle analisi, fin da giovanissima compagna di lavoro del padre. a Luca, dal 2003, il peso della continuità. un ruolo che lo ha trovato preparato avendo lui incominciato a “mettere le mani in pasta” molto presto. “il suo sguardo va ai problemi dell’economia e delle imprese che operano nell’area napoletana: i servizi e le infrastrutture, i sostegni per l’export,i doveri delle istituzioni governative. i suoi giudizi,frutto di esperienza, sono efficaci sollecitazioni. C’è un grande patrimonio di valori eticomorali che non va dimenticato o disperso. per Flavia Ferrara,come per i fratelli, la morte di don Guido è stata la perdita di una guida preziosa che sapeva orientare anche negli studi. Così dal padre lei si è lasciata “inculcare” la passione per la Matematica (“è stato per me il primo maestro da quando mi ha insegnato a contare le caramelle,ma anche a individuare l’ora sull’orologio”). elementari alla Ravaschieri, medie alla tito Livio, liceo scientifico al Mercalli, alla Federico ii Flavia si iscrive a Matematica. però dopo un anno (“per un momento di buio psicologico”) passa a economia e Commercio (“dove ho fatto i conti con una materia diversa dalla Matematica pura, la Ragioneria, appassionandomi agli esami di diritto”). La laurea, il matrimonio, l’abilitazione come Commercialista, la pratica in uno studio, la libera professione che richiede però tempo pieno e che per questo la mette di fronte alla necessità di scegliere la famiglia. Come dice eduardo, gli esami non finiscono mai. Flavia consegue (1993) il diploma di specializzazione polivalente e può insegnare ai portatori di handicap (“avevo sottovalutato questo lavoro; mi sono riscoperta persona paziente, empatica e alla continua ricerca di strategie per trasmettere i saperi”). dopo anni di precariato, l’immissione in ruolo. Ma la malattia e la morte del padre la spingono a entrare nello stabilimento (“senza la figura maschile per eccellenza al mio fianco ho sentito la necessità di essere ancora più unita ai miei fratelli e di stare tutti insieme;avevo bisogno che qualcosa continuasse,con i miei fratelli,con mio padre”). Flavia ha una felice vena narrativa. Comincia a mettere insieme i ricordi che potranno prendere la forma di libro. anche così un nuovo legame col padre che,a sua volta, aveva grande amicizia con la scrittrice Maria orsini natale: col suo romanzo “Francesca e nunziata” aveva raccontato, con straordinaria efficacia, la storia dell’arte bianca fatta di mulini e pastai. i ricordi di don Guido potranno dare, con Flavia, continuità a questa bellissima storia.