Da Napoli a Chicago con “E vissero”: amore e feticismo nel debutto cinematografico di Aldo Verde

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di Rosina Musella

Amore, feticismi e un finale a sorpresa: queste sono solo alcune delle parole con cui è possibile riassumere “E vissero”, primo corto scritto e diretto da Aldo Verde, con protagonisti Emanuele Di Simone e Vittorio Nastri, prodotto da 56K productions e pubblicato su YouTube il 14 febbraio scorso.
Aldo Verde, classe ‘97, sin da piccolo gira video divertenti con gli amici e li carica sul web. Conseguita la maturità scientifica si iscrive al corso di Fotografia, Cinema e Televisione presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove incontra alcuni dei membri della 56K productions, con cui tuttora collabora. Lavora per un periodo come assistente teatrale al fianco di Massimo Maraviglia e negli anni sperimenta il mondo cinematografico in tutte le sue sfaccettature: dalla sceneggiatura, come ne “Il vestito di Teseo” scritto insieme a Luigi Cavaliere, alla regia, come per “Joan” di Mauro Ronga, diventando, come lui stesso si definisce, “genitore adottivo” di questi lavori. Riveste anche il ruolo di attore principale nel videoclip del brano di Giuseppe Russo “Laureato/Disoccupato” diretto sempre da Ronga.
Padre “naturale” Verde lo è del corto “E vissero”, primo lavoro da lui scritto e diretto, che ancor prima di essere pubblicato viaggia oltreoceano facendo il suo debutto sul grande schermo il 12 ottobre 2020 al Music Box Theatre di Chicago, in occasione del Pride Film Festival.
Nei giorni scorsi i nostri microfoni lo hanno raggiunto per farci raccontare le idee alla base del suo lavoro e quali siano le sue aspirazioni.

Come si è avvicinato al cinema?
Sin da piccolo ho coltivato la mia grande passione per la scrittura, ma col tempo ho trovato sempre più stimolante raccontare storie attraverso la videocamera piuttosto che con carta e penna e, con le varie esperienze raccolte negli anni, ho capito che ciò che era nato come gioco sarebbe potuto diventare una professione.

Quale crede sia il limite della scrittura?

Non penso che la scrittura di per sé abbia limiti. Ritengo che ogni forma mediatica abbia vantaggi e svantaggi, modi diversi e a tratti unici di interagire col fruitore. Ho scelto di fare cinema perché è un mondo attualmente di più facile approccio; campare di romanzi è molto più difficile. Un discorso simile vale per il teatro, realtà che per certi aspetti mi affascina anche più di quella cinematografica, ma che professionalmente non dà prospettive. Quindi posso dire che il cinema sia stata, al contempo, una scelta pragmatica e passionale.

Sceneggiatore, regista, attore: quale ruolo sente più suo?

Mi sento più a mio agio nelle fasi di scrittura e post-produzione e, poiché mi piace lavorare alla storia dall’inizio alla fine, la regia è ciò che mi permette di esprimermi al cento per cento. Ho recitato nel videoclip di “Laureato/Disoccupato” per caso, non ho studi di recitazione alle spalle; l’ho fatto più per provare ed eseguire un “esercizio empatico”, perché credo che un regista completo debba sapersi mettere nei panni degli attori che dirige.

Com’è nato il suo corto?

“E vissero” è un corto sciocco, nato in maniera sciocca. Dico “sciocco” perché si prende poco sul serio, anche se con questa leggerezza cerca di lasciare qualcosa. Una sera in vacanza con gli altri membri di 56K, mentre dicevamo cretinate, lanciai l’idea per un corto con quell’assurdo finale. Superata l’ilarità iniziale pensammo che potesse uscirne fuori qualcosa di figo. Così, scritta la sceneggiatura, recuperati i soldi necessari per realizzarlo e trovati gli attori disposti a fare quella determinata cosa, siamo arrivati qui.
Mi piace considerare questa un’idea di gruppo, essendo nata in un momento collettivo e perché non sarebbe stata possibile senza la collaborazione di tutte le professionalissime figure che si sono impegnate nella realizzazione in tutto e per tutto. Avere attorno persone motivate, che vogliono fare cinema per il piacere di farlo e non solo per una questione economica, aiuta a dare forma anche alle idee più pazze: mi reputo fortunatissimo ad avere la possibilità di collaborare con persone di questo tipo.

Cosa vuole trasmettere con i suoi lavori?

Premesso che non credo ci sia un modo giusto di fare cinema, l’ideale a cui aspiro è raccontare, attraverso storie di cui si possa ridere e scherzare, cose che abbiano a che fare con l’intimità delle persone e i problemi sociali che ci troviamo ad affrontare come specie, perché sono fortemente convinto che attraverso la leggerezza, il divertimento, si possano trasmettere messaggi molto forti. Come accade ad esempio in “Swiss Army Man” di Dan Kwan e Daniel Scheinert, in cui un cadavere che scoreggia salva un uomo dalla depressione: chiunque l’abbia visto garantisce che sia uno dei film più emotivamente onesti mai girati, eppure parte da un espediente stupidissimo.
Amo anche i cosiddetti “pipponi”, quei film che si prendono molto più sul serio, ma non rappresentano ciò che voglio fare al momento, perché ritengo che avrebbero una cassa di risonanza minore. Ora punto a creare qualcosa che possa far passare un tempo piacevole agli spettatori e, parallelamente, lasciare loro un messaggio positivo; qualcosa che possa colpire con semplicità.

Link per vedere il corto: http://www.56kproductions.it/e-vissero/