Dagli “Editoriali” dell’ASviS. Il ricorso a un tribunale non può essere l’unica soluzione alla crisi climatica

Foto di Gabriele da Pixabay

Si riporta di seguito il testo integrale dal sito ASviS dell’editoriale di Ivan Manzo del 12 aprile 2024.

La decisione di Strasburgo stabilisce che i governi che non agiscono sul clima violano i diritti umani. Mentre i Paesi del G20 continuano a finanziare le fonti fossili si avvicina la discussione sulla Legge sul clima.

I governi continuano a rimandare l’azione sulla crisi climatica: in questo modo stanno violando i diritti umani? La risposta è sì. Lo ha stabilito il 9 aprile la Corte europea dei diritti umani (Cedu) di Strasburgo in una sentenza che è stata giustamente definita “storica”. Per la prima volta la Cedu ha messo nero su bianco che i governi che non adottano le misure necessarie rispetto agli impegni che loro stessi hanno sottoscritto in sede di convenzioni internazionale in materia di contrasto al cambiamento climatico generano un rischio per la salute dei cittadini. Per il tribunale la Svizzera ha dunque violato i “diritti alla vita familiare” ed esposto le persone al “rischio di morte prematura durante le ondate di calore” a causa dell’inadeguatezza delle politiche messe in campo sulla base degli impegni presi. Ricordiamo che per l’Agenzia europea per l’ambiente saranno proprio le ondate di calore la principale minaccia per la salute umana nei prossimi anni nel vecchio Continente (solo nell’estate del 2022 hanno provocato la morte prematura di 60mila/70mila europei).

La Corte ha invece giudicato “inammissibili” gli altri due casi di controversia climatica che era chiamata a valutare, uno presentato da un ex sindaco francese contro la Francia e l’altro di un gruppo di giovani portoghesi, sconvolti dagli incendi del 2017, contro 32 Paesi europei.

“Sembra un risultato contrastante perché due dei tre casi sono risultati inammissibili”, ha dichiarato Corina Heri, ricercatrice giuridica presso l’Università di Zurigo, dalle colonne del Guardian, “Ma in realtà è un enorme successo“. Un successo dovuto al fatto che l’unico caso che richiamava l’attenzione sugli impegni presi a livello globale ha avuto esito positivo. Ecco perché la decisione della Corte europea sul caso KlimaSeniorinnen, nome del gruppo composto da 2400 donne svizzere anziane, potrebbe aver creato un precedente tale da innescare un effetto a catena nel modo in cui i tribunali internazionali affrontano la crescente ondata di climate litigation sostenute sulla base di violazioni dei diritti umani. Nei prossimi mesi i governi potrebbero dunque dover rispondere dell’inazione sulla crisi climatica, anche in Italia.

Nonostante “Giudizio universale”, la prima controversia climatica passata purtroppo in sordina sulla stampa nazionale, sia stata giudicata in primo grado da parte del tribunale civile di Roma come inammissibile per “difetto di giurisdizione” – ma i ricorrenti si dicono pronti a impugnare la decisione -, dopo la sentenza della Cedu aumentano le speranze per l’esito della seconda climate litigation del Paese.

Quella in cui ReCommonGreenpeace e una serie di cittadini – provenienti da aree già colpite dagli impatti dei cambiamenti climatici – hanno portato Eni in tribunale chiedendo al colosso italiano dei combustibili fossili di “rivedere la propria strategia industriale per ridurre le emissioni derivanti dalle sue attività di almeno il 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020, come indicato dalla comunità scientifica per mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1.5°C” e “l’accertamento del danno e della violazione dei loro diritti umani alla vita, alla salute e a una vita familiare indisturbata”, anche sulla base delle “modifiche degli articoli 9 e 41 della Costituzione italiana”. Una controversia che coinvolge a pieno titolo il Ministero dell’economia e delle finanze e Cassa depositi e prestiti che, ricordano ReCommon e Greenpeace, esercitano “un’influenza dominante” sul “cane a sei zampe”, dato che ne possiedono rispettivamente il 4,667% e il 27,731% delle azioni (la maggioranza delle azioni). Un elemento che rende la società una controllata del governo di turno.

Della modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzionechiesta a gran voce dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) in questi anni, se ne parlerà anche a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, durante l’evento del 20 maggio (pomeriggio) del Festival dello Sviluppo Sostenibile dal titolo “Clima in Costituzione: il futuro delle politiche pubbliche”. L’iniziativa, organizzata dall’ASviS insieme a Ecco, il think tank italiano per il clima, intende approfondire proprio l’impatto di questa modifica sulle climate litigation e sulle questioni inerenti le diverse dimensioni della decarbonizzazione. Un aspetto verso cui i giuristi italiani mostrano sempre più interesse, come conferma il documento “Le nuove sfide del diritto dell’ambiente dopo la riforma degli artt. 9 e 41 cost. – i doveri e le responsabilità delle imprese nella doppia transizione” rilasciato dalla fondazione Astrid a fine marzo.

Intanto sul fronte climatico interno alle istituzioni si registra qualche novità: nel Parlamento italiano si avvicina la discussione di una Legge sul clima. È stata infatti depositata la proposta della senatrice Aurora Floridia (Alleanza verdi sinistra) di un disegno di Legge quadro sul clima, e calendarizzata in Commissione ambiente del Senato la discussione.

Si tratta di uno strumento di governance di cui l’Italia deve urgentemente dotarsi per guidare la transizione energetica ed ecologica dell’intero sistema-Paese. Come più volte indicato dall’ASviS, essa deve collegare e rendere operativi il Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima) e il Pnacc (Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici), due importanti Piani chiamati a guidare il taglio delle emissioni climalteranti e la resilienza delle nostre infrastrutture e dei nostri ecosistemi. In sintesi, la proposta fissa le tappe intermedie di riduzione delle emissioni e stabilisce che l’Italia deve raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 grazie anche alla “trasformazione graduale dell’economia italiana”. Inoltre delega il governo alla “revisione del sistema fiscale finalizzata all’azzeramento delle emissioni di gas a effetto serra”, e intende istituire un “Fondo sociale per il clima per garantire una transizione ecologica inclusiva ed equa, sostenere i redditi più bassi e promuovere le imprese nel processo di riconversione industriale”.

Di riconversione industriale e transizione ecologica si è parlato nell’ultima puntata “a tutto idrogeno” di Presa diretta, programma Rai condotto da Riccardo Iacona. La buona notizia è che sull’idrogeno verde la ricerca italiana è all’avanguardia, in questo momento “siamo più avanti della Cina”. L’idrogeno verde, prodotto a partire dal processo di elettrolisi che sfrutta elettricità rinnovabile, rappresenta una soluzione efficace per decarbonizzare quei settori “hard to abate”, cioè difficili da rendere climaticamente neutri come le industrie siderurgiche e chimiche. Nel nord Europa esistono già degli esempi in grado di produrre acciaio “verde” decarbonizzato. In sostanza, in futuro ci sarà sempre più bisogno di idrogeno verde nel vecchio Continente.

Eppure l’Italia continua a puntare soprattutto sul gas. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha infatti più volte espresso la volontà di trasformare l’Italia nel principale hub del gas europeo dei prossimi anni, pertanto proseguono i lavori sulla dorsale appenninica per ampliare la rete del gas del Paese, mentre a Gioia Tauro è prevista la costruzione del rigassificatore più grande d’Europa. Resta però forte il timore di trasformare l’Italia in un’autostrada del gas mentre gli altri Paesi, che questo gas dovrebbero poi utilizzarlo, vanno in un’altra direzione, perdendo così di vista la transizione energetica e i benefici a essa connessi. Anche perché i consumi di gas, complici anche le temperature medie sempre più alte per via del riscaldamento globale, continuano a scendere in tutta Europa come documenta Eurostat. Un trend riscontrabile anche in Italia, basti pensare che il consumo di gas si è ridotto negli anni e nel 2023 ha fatto segnare un meno 10% rispetto al 2022 secondo i dati forniti da Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (Mase).

Che l’Italia sia ancora troppo focalizzata sul settore dei combustibili fossili lo certifica anche un rapporto di Oil change international e Friends of the earth Stati uniti, a cui ha contribuito ReCommon e che ilfattoquotidiano.it ha pubblicato in esclusiva il 9 aprile. Secondo lo studio, tra i Paesi del G20 l’Italia è prima in Europa in termini di finanziamenti pubblici ai combustibili fossili, e quinta a livello globale dopo Canada, Corea del sud, Giappone e Cina. L’Italia con i suoi 2,5 miliardi di dollari (nel periodo 2020-2022) ha erogato, dunque, più soldi al comparto fossile di Stati uniti, Russia e Arabia Saudita. In generale, tra il 2020 e il 2022 le istituzioni finanziarie pubbliche dei Paesi del G20 e le banche multilaterali di sviluppo hanno elargito al mondo fossile una quantità di sussidi diretti pari ad almeno 142 miliardi di dollari (quasi 1,4 volte il sostegno dato alle energie pulite nello stesso periodo). Ma la cifra potrebbe essere molto più elevata dato che gli autori dello studio sottolineano la “mancanza di trasparenza delle istituzioni finanziarie e dei governi” su questo tema. La maggioranza dei finanziamenti è rivolta al gas (il 54% del totale), mentre il 65% di tutto il denaro destinato alle fonti fossili è passato dalle agenzie di credito all’esportazione.

È difficile crederlo ma, nonostante gli impatti della crisi climatica siano sempre più evidenti, e nonostante i ripetuti allarmi lanciati dalla comunità scientifica che vedono proprio nell’Italia uno dei Paesi più esposti a fenomeni quali siccità e desertificazione, ondate di calore ed eventi metereologici estremi, il nostro Paese e il resto del mondo continuano a viaggiare “verso l’inferno climatico con l’acceleratore premuto”, tanto per usare le parole del Segretario generale delle Nazioni unite, António Guterres. Un concetto che spiega perché sempre più persone si siano rivolte alle aule giudiziarie per la battaglia climatica. Dal 2015 al 2023, quando si contavano 2341 cause aperte, il numero di climate litigation nel mondo è più che raddoppiato e, di questo passo, il numero non può far altro che crescere.

Dopo la decisione della Cedu i ragazzi, e anche gli anziani, hanno ben chiara una cosa: se i governi non cambiano drasticamente le loro politiche sulla base degli impegni presi, per un futuro sostenibile la soluzione è quella di ricorrere a una controversia climatica. Tocca ora alla politica fare il possibile affinché questa non sia l’unica concreta possibilità per difendersi dalla crisi climatica.