Dal “codista” al cake designer:
così la Campania affronta la crisi

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Otto anni di crisi in Campania hanno spazzato via 110mila posti di lavoro, di cui circa 65mila contratti a tempo indeterminato. Nel frattempo sono aumentati di mille unità i rapporti a Otto anni di crisi in Campania hanno spazzato via 110mila posti di lavoro, di cui circa 65mila contratti a tempo indeterminato. Nel frattempo sono aumentati di mille unità i rapporti a tempo determinato, sonocresciuti i contratti di apprendistato (circamillenel confronto tra 2013 e 2014), di collaborazione (5mila) e a progetto (3mila). Ma soprattutto è emersa unanuova consapevolezza: se il lavoro non c’è, lo si deve inventare. Il mercato ha bisogno di mestieri classici che si sono andati perdendo,ma anche di nuove figure in linea con l’accresciuta sensibilità commerciale, estetica, culinaria, di servizio, di tempo. In questa ottica si inseriscono la nascita e la crescita di nuove professioni singolari e creative quali il nail artist, il cake designer, il wedding planner, il personal trainer, il personal shopper, l’event organiser. E ancora: il tutor scolastico a domicilio, il tutor di viaggio (sostituto della vecchia guida turistica alle dipendenze), il cuoco a domicilio, il web editor/blogger, il social media manager. E in fatto di nuovi lavori non è sicuramente passato inosservato il primo corso nazionale per codisti. Ad organizzalo il salernitano Giovanni Cafaro, colui che è riuscito a fare di un’intuizione un lavoro. Non trovando un impiego a Milano, un giorno si è messo a fare la coda negli uffici pubblici al posto di altri, ovviamente dietro compenso e così è iniziato il suo business.Cafaro a febbraio scorso ha tenuto nella sua Salerno anche il primo seminario sponsorizzato da Maurizio Basso,Broker Immobiliare e responsabile della società Remax agenzia di Salerno e finalizzato all’assunzione di due persone al Nord. Il rinfresco “itinerante” Altro caso singolare è quello di Vincenzo Russo che non trovando lavoro si è messo in proprio allestendounvero e proprio servizio di rinfresco itinerante: l’Ape-ritivo. Inpratica cucina tipicapartenopea direttamente su tre ruote. E come se non bastasse c’è chi, come Francesco Imparato, ambulante precario storico, si è trasformato in ”Ufficio informazioni a piacere”. E’ facile trovarlo la mattina al centro direzionale con uncartello al collo adispensare indicazioni a pagamento agli utenti del tribunale. Colpito il tempo pieno Ma torniamo ai dati. La tipologia contrattuale più colpita dalla crisi è il tempo pieno, che nell’ultimo anno cala del 2,4per cento (il 5,8 al Sud, il 3 per cento a livello nazionale) mentre aumenta del 15 per cento il tempo parziale (3,2 al Sud, 2,8 per cento su scala nazionale). Incrociando i numeri sui posti di lavoro persi in Campania con quelli relativi al titolodi studiodegli occupati si scopre che ad essere colpita inmaniera più consistente è la classe operaia in genere, dove il tassodi scolarizzazionenonè elevato. Dall’analisi dei dati Istat emerge infatti che i lavoratori con licenza di scuola media passano da 575mila nel 2008 a 475mila nel 2014 con una perdita netta di 100mila posti. Al contrario aumentano, nello stesso arcodi tempo, gli impiegati in possesso di diploma (20mila) e quelli con una laurea e una formazione post laurea (39mila). Più ingenerale èproprio ilmercato del lavoro campano ad aver subito un grave contraccolpo a causa della crisi economica. Risulta infatti che tra il 2008 e il 2014 sianodiminuti di 63milaunità i lavoratori dipendenti e di 46mila quelli autonomi. L’edilizia in ginocchio Entrando nel dettaglio dei singoli settori si scopre come quello delle costruzioni è il più colpito dalla recessione, visto che tra il 2008 e il 2014 vanno in fumo 42mila 500 posti. Eppure qualche piccolo segnale di ripresa si intravede, visto che l’edilizia nel raffronto tra 2013 e 2014 passa da 103mila a 113mila occupati, con un incremento netto di 10mila unità. Presto, però, per parlare di ritorno alla normalità anche perché nell’ultimo trimestre del 2014 si registra una nuova regressione rispetto ai tre mesi precedenti (106milaoccupati contro114mila).Discorso simile per l’industria, che tra 2013 e 2014 guadagna 2mila unità e nell’ultimo trimestre dello scorso anno vede crescere il numero di lavoratori da337mila a 338mila.Va male, invece, per il macro settore commercio, alberghi e ristorazione, che dopo una ripresa nel 2013 (364mila occupati contro i 353mila dell’anno precedente) torna a perdere posizioni nel 2014, quando i lavoratori risultano essere 350mila con un decremento di 14mila unità. Ad ogni modo nel commercio la Campania brucia qualcosa come 30mila posti di lavoro dal 2008 al 2014, segno evidente del fatto che la crisi è spietata. Risente della crisi anche il compato dei servizi, il più popoloso del mercato del lavoro campano. Qui l’emorragia di occupati arriva a quota 27mila 900 unita nel raffronto tra 2008 e 2014. Un anno in cui si disperde il patrimonio di posti recuperato nel 2013 (7mila posti in più del 2012). Note parzialmente dolenti dall’agricoltura, uno dei segmenti in cui la Campania dovrebbe essere più competitiva. Qui i lavoratori “spariti” in sette anni sono 5mila però nel 2014 il numero di occupati è pari a 67mila 320 persone. In aumento rispetti alle 65mila 610 dell’annoprecedente. Se vogliamo il settore agricolo è in una fase di costante ripresa da quattro anni a questa parte, quando recupera 7mila dei 5mila posti persi nel 2011. Un’impennata che fa male A preoccupare, però, è sempre il tasso di disoccupazione che nel 2014 arriva al 21,74 per cento e aumenta rispetto al 2013, quando il dato Istat è del 21,45 per cento.Un incremento clamoroso, quello del tasso di senza lavoro, se rapportato al 2008 quando l’asticella si ferma al 12,54per cento.Unaltrodatoche colpisce èquello relativoagli inattivi. La fascia di età più colpita èquella compresa tra15e24anni, con un tasso del 77,2 per centonel 2014 (èdi 76,7per centonel 2008). In aumento gli inattivi, in Campania, anche nella popolazione di età compresa tra 25 e 34 anni: 44,3per centonel 2014contro il 43,4per centodel 2008.Migliorano, dall’inizio della crisi, le condizioni degli altri lavoratori. Nella fascia di età compresa tra 35 e 44 anni il tasso di inattivi è del 37,1 per cento contro il 38,1 per cento del 2008; tra i 45-54 enni, invece, si passa dal 40,1 per cento dell’inizio della crisi al 39,3 per cento del 2014 mentre nell’arco compreso tra 55 e 64 anni il 56,2 per cento di inattivi dell’anno scorso è sensibilmente inferiore al 64,1 per cento del 2008.