Dal rock alla lirica, con Jacopo Spirei l’opera si rinnova

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Roma, 15 mag. (Labitalia) – Il suo nome è già conosciuto e apprezzato nei più importanti teatri lirici internazionali e, da poco, ha cominciato a circolare anche da noi: Jacopo Spirei, 44 anni, nato a Roma ma cresciuto a Firenze, regista di opere liriche tra i più talentuosi in Italia e all’estero e sicuramente uno dei più innovativi. Il suo recente allestimento del ‘Nabucco’ a Como (pubblico in piedi che usciva dallo spazio scenico con i cantanti e coro di 250 cittadini che hanno studiato la parte per circa un anno) ha rimesso l’opera lirica al centro di un’attenzione e di un dibattito che non si vedeva da anni.

Spirei lavora molto in Austria, a Salisburgo, in Germania, negli Stati Uniti in Norvegia. E poco in Italia. Perchè? “Soprattutto nei primi due Paesi -spiega Spirei a Labitalia- non solo si investe molto in cultura, c’è un rapporto con la musica molto stretto e i teatri raccolgono tutto, dalla prosa al balletto all’opera, ma c’è anche un lavoro di sperimentazione con i giovani molto interessante e il lavoro è molto stimolante”.

“Che io abbia lavorato molto all’estero e poco in Italia -aggiunge- dipende in parte dal caso e in parte da un problema di programmazione. In Austria, ad esempio, i finanziamenti sono quinquennali e quindi ogni teatro si programma 5 anni di lavoro. I direttori hanno così modo di chiamarti prima, di prenotarti. Da noi, invece, i finanziamenti non sono mai sicuri. E c’è anche un problema italiano legato a un passato molto ricco. In Italia l’opera aveva una tradizione molto dispendiosa e quando i soldi sono venuti meno tutta la struttura è crollata e ora faticosamente si sta cercando di capire come riorganizzarsi. All’estero, invece, soprattutto in Germania, hanno sempre lavorato con budget bassissimi. Ovviamente la qualità degli spettacoli da un punto di vista realizzativo non è il massimo, ma paradossalmente si fa molta più lirica all’estero che non da noi”.

C’è anche un tema di ‘resistenza’ culturale al nuovo, dice Spirei. “Diverse istituzioni culturali tendono ad avere un certo timore a investire su nuove facce, al di là che siano giovani o meno, e preferiscono continuare su di un percorso noto, che non necessariamente è malvagio -avverte- ma che tende a restringere l’orizzonte e di questo la lirica ne soffre”. Sicuramente Spirei rappresenta il futuro della regia lirica a cui è approdato per caso. “Facevo il manager di una band rock -racconta- e il cantante della band aveva deciso di prendere delle lezioni di canto. E’ stato proprio il maestro di canto di questo ragazzo a ‘tirarmi’ dentro a una produzione lirica soprattutto perché parlavo inglese”. “Una specie di folgorazione”, che lo ha portato dentro un’avventura che prosegue ancora oggi.

Prima esperienza in Italia a Cortona, “con un’università americana che organizzava stage di perfezionamento scenico”. Poi Spirei ho fatto un’esperienza a Londra (“molto bohemien”, dice rimanendo in tema): 3 mesi vivendo in un ostello, lavorando gratis, “e saltando i pasti per andare a teatro”. A Londra Spirei incontra il maestro che lo segnerà professionalmente più di tutti: Graham Vick, il famoso regista di opere liriche che con le sue coraggiose regie ha riscritto il modo di narrare l’opera, rompendo il concetto di teatro tradizionale. A Parma Vick ha allestito uno ‘Stiffelio’ di Verdi, dove i 600 spettatori non avevano un posto, ma stavano in piedi e potevano muoversi liberamente, mentre a Copenhagen ha diretto Bertolt Brecht e Mahagonny di Kurt Weill ‘utilizzando’ i rifugiati in attesa di essere destinati altrove.

“Ho collaborato con Vick per quasi 10 anni -racconta Spirei- in maniera quasi continuativa. Da lui ho imparato il mestiere, oltre che la poetica e l’etica di questo lavoro”. Spirei con Vick ha lavorato in tutto il mondo sia come coregista che come direttore delle riprese: dal Glyndebourne Festival Opera al Maggio Musicale Fiorentino, dal Birmingham Opera Company al New National Theater Tokyo.

“Il mondo della lirica -osserva il giovane regista- vive un certo fraintendimento: si tende a parlare di tradizione, ma quella che noi identifichiamo come tale si riferisce in realtà a un modo consolidatosi negli anni ’50 e ’60 del Novecento. Invece, il lavoro dell’opera è sempre stato un lavoro di rottura, di critica sociale, anche nelle sue parti più leggere, è un lavoro vivo che dialoga con un pubblico vivo. Ci sono migliaia di lettere dei compositori che ci parlano di questo costante combattimento con la tradizione, tutta gente che ha rotto gli schemi preesistenti. Quello che faccio io è togliere filtri, mettere in relazione il pubblico con quello che sta vedendo togliendo tante cose che possono far diventare lo spettacolo una cosa da museo”.

Insomma, dice Spirei, “l’opera lirica è una forma d’arte vivissima e solidissima, che sostiene qualunque tipo di sperimentazione e con Verdi, Puccini, Monteverdi e Wagner si possono fare lavori incredibili, e io cerco di capire quello che il compositore e la musica volevano dire e di metterlo in scena secondo una sensibilità contemporanea”.

L’idea di Spirei è chiara e si declina in scelte coraggiose: ad esempio ‘Le nozze di Figaro’, rappresentata in Austria e in Norvegia, “la storia di un uomo ricco e potente -spiega il regista- che usa la sua posizione per ottenere vantaggi sessuali su una sua dipendente”. “Più attuale di così non si può, anche se -avverte Spirei- l’opera è di fine ‘700. Ma, nata in una società maschilista, l’opera è una commedia e racconta i fatti in modo leggero. Oggi, però, questo tema non è più così leggero ed è inutile ignorare la situazione contemporanea. Per questo, ho deciso di integrare la storia originale e di inserire tutta la parte del movimento #metoo e delle lotte sociali legate all’emancipazione femminile. Pur rimanendo una commedia, è diventata una commedia dal riso amaro”.

“E’ un modo per guardare avanti: noi ancora viviamo la lirica -sottolinea Spirei- in maniera molto ottocentesca, ossia al buio, con il golfo mistico, il palco (Wagner fu il primo a spegnere le luci in teatro). E’ un modo di fruire uno spettacolo che non ci appartiene più: è come se fossimo costretti ad andare a guardare i quadri al museo vestiti con panni dell’epoca, avendo mangiato quello che mangiava il pittore, al freddo e così via. E’ un anacronismo, affascinante per certi versi, ma un anacronismo”, spiega.

Lavorare nello spettacolo in tempi di crisi occupazionale è anche un’opportunità. “Ma bisogna sapere che è un mondo duro -dice Spirei- e il consiglio che darei a un giovane è di scegliere la strada più lunga e difficile”.

Fare il regista “è un mestiere che va imparato e richiede una determinazione ferrea -sostiene Spirei- e la resilienza, ossia la capacità di rialzarsi dopo una botta di arresto, una disciplina costante, un lavoro su di sè in termini di conoscenza delle proprie capacità e un lavoro culturale ampio”. “E’ meglio avere esperienze di vita di ogni tipo da portare sul palco -conclude- altrimenti conosciamo la tecnica ma non il contenuto”.