Dalla rubrica “Approfondimenti dell’ASviS”, le politiche locali del cibo accelerano la transizione ecologica equa

in foto il professor Enrico Giovannini, già ministro delle Infrastrutture e delle Mobilità Sostenibili, in un fotogramma tratto dal canale YouTube dal nome "Will Media"

Si riporta di seguito il testo integrale dal sito ASviS a firma di di Davide Marino, professore di economia che rappresenta l’Università del Molise per il Gruppo “Cibo” all’interno della Rete delle Università Sostenibili, di giovedì 16 maggio 2024.

Un quarto dell’impronta ecologica italiana dipende dai consumi alimentari. Il settore del “food system” è fondamentale per il processo di trasformazione sostenibile.

Un numero crescente di città in tutto il mondo – 280 secondo l’ultimo censimento del Milan urban food policy pact (Mufpp) – sta implementando, all’interno della propria agenda urbana, percorsi di Politiche locali del cibo[1], con l’obiettivo di aumentare il livello di sicurezza alimentare e favorire la transizione verso un sistema alimentare più sostenibile ed equo.

Il cibo infatti è un elemento centrale per la transizione ecologica. I consumi alimentari, ad esempio, sono tra le attività che in Italia impattano maggiormente sull’impronta ecologica, (il 25% dell’impronta totale). Sotto questo profilo l’Italia è in linea con il modello europeo. Una recente ricerca (Galli et al., 2023), ha infatti individuato la quota maggiore dell’impronta ecologica degli europei (circa il 30%) nel cibo. Lo studio riporta dati in base ai quali la biocapacità europea viene sempre superata e i cittadini dell’Ue, per soddisfare il loro stile di vita, dipendono dall’importazione di risorse esterne spostando gli impatti ambientali su paesi non Ue. Allo stesso tempo la ricerca sottolinea la necessità di una innovazione nelle politiche europee in ogni fase della catena di approvvigionamento alimentare e non solo sul lato dell’offerta, con un approccio sistemico che richiama, come si vedrà anche più avanti, la necessità di una Common food policy.

Non a caso nel vertice Onu dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile del settembre 2023 è stato evidenziato il ruolo del food system tra i settori chiave per la trasformazione; secondo le Nazioni unite: “I sistemi alimentari devono essere trasformati per diventare più sostenibili, efficienti e resilienti, per una migliore produzione, una migliore nutrizione, un ambiente migliore e una vita migliore”. Anche dalla letteratura scientifica (Bodirsky et al., preprint; Resnick & Swinnen, 2023), emerge il concetto di food system transformation, una trasformazione che richiede l’integrazione di misure mirate alla dieta umana, ai mezzi di sussistenza, all’integrità della biosfera e alla gestione agricola. Il Vertice ha proposto soluzioni trasformative ad “alto impatto” per l’attuazione globale di tutti gli SDGs e non solo dell’SDG2[2], visto che i sistemi alimentari possono essere molto efficaci nel guidare un cambiamento trasformativo sistemico.

Agire è urgente visto che, secondo la Fao, “gli ultimi dati indicano che la maggior parte degli Obiettivi di sviluppo sostenibile relativi all’alimentazione e all’agricoltura sono ancora lontani dall’essere raggiunti” (2023). Le cause vanno rintracciate negli impatti delle crisi – pandemica, climatica, geopolitica – su tutte le dimensioni dell’Agenda 2030, tra cui la povertà, la sicurezza alimentare e la nutrizione, la salute e l’ambiente.

A livello europeo la strategia Farm to fork (Ftf), sviluppata nel solco del Green deal che oggi sembra in una fase di stallo, è un piano decennale per una transizione verso un sistema alimentare più giusto, sano e sostenibile, che poggi sia sul pilastro ambientale (riduzione dell’impronta ambientale e climatica), sia sociale (maggiore sicurezza alimentare, accesso a regimi alimentari sani). La Ftf costituisce, per la prima volta nell’Ue, l’avvio di una politica sistemica, che propone misure e obiettivi che coinvolgono l’intera catena alimentare. La strategia stabilisce obiettivi quantitativi tra cui: ridurre del 50% l’uso di pesticidi e dei rischi correlati, ridurre di almeno il 20% l’uso di fertilizzanti, ridurre del 50% le vendite di antimicrobici utilizzati per l’allevamento e l’acquacoltura e destinare il 25% dei terreni agricoli all’agricoltura biologica, mentre il 10% delle superfici nell’Unione necessita un ripristino della biodiversità. Sarà anche necessario facilitare l’orientamento dei consumatori grazie a una migliore etichettatura per fornire informazioni sulla sanità e la sostenibilità degli alimenti.

La strategia Ftf propone inoltre un quadro legislativo per i sistemi alimentari sostenibili (Fsfs) che ambisce a costruire un framework che stabilisca principi e obiettivi per integrare la sostenibilità in tutte le politiche connesse all’alimentazione. Intervenendo su tematiche non solamente “agricole”, ma integrando le politiche alimentari, di fatto, andrebbe nella direzione di una common food policy. La necessità di passare dalla Politica agricola comune (Pac) che, accanto a indubbi meriti ha mostrato anche evidenti limiti, ad una Politica alimentare comune circola oramai da diversi anni.

Lo scorso sei settembre, alla vigilia del discorso sullo stato dell’Unione Europea, la Eu food policy coalition (che raccoglie 160 organizzazioni europee) ha pubblicato una lettera aperta[3] sull’urgenza e sulla necessità di adottare la Fsfs. Nella lettera si legge:

“Alla luce delle imminenti elezioni europee, desideriamo esprimere la nostra massima preoccupazione per il ritardo delle politiche essenziali relative agli impegni prioritari del vostro mandato, in particolare quelli del Green deal che promettono di fornire cibo sano e a prezzi accessibili ai cittadini dell’Ue. Vi esortiamo a resistere alle richieste fuorvianti e miopi di una pausa normativa nell’agenda verde della Commissione e ad andare avanti come previsto con la pubblicazione della proposta Fsfs”.

Le pressioni sulle istituzioni europee perché adottino politiche sistemiche, integrate che rendano possibile una transizione equa verso sistemi alimentari più sostenibili non è nuova. Nel 2019 l’International panel of experts on sustainable food systems (Ipes-food), insieme ad altre trentadue importanti organizzazioni – che rappresentano i settori dell’agricoltura, della pesca, dell’ambiente, del benessere degli animali, della salute, dei consumatori, dello sviluppo, della giustizia sociale, del clima e della silvicoltura – ha inviato una lettera aperta ai principali candidati alla carica di presidente della Commissione europea chiedendo di “sviluppare una politica alimentare integrata nel corso della prossima legislatura”.

Ed è in questo contesto che si inseriscono le Politiche locali del cibo (Plc), che, per via dell’approccio territoriale – place-based – possono offrire risposte efficaci a scala locale, ma che si rivelano preziose se pensate all’interno di una governance innovativa e multiscalare. Le Plc possono essere viste come un processo in cui le molte questioni relative ai sistemi alimentari vengono integrate in un unico quadro politico, che includa tutte le fasi del sistema, dalla produzione alimentare alla gestione dei rifiuti.

L’obiettivo di queste politiche è di trasformare il modo in cui viene prodotto e consumato il cibo, realizzando azioni nei settori della produzione, del consumo, della salute, della logistica, della gestione dei rifiuti. Politiche multisettoriali e multiattoriali, basate sull’integrazione di diversi segmenti del sistema economico sociale ed ambientale e di diversi attori coinvolti nel sistema cibo (Moragues-Faus & Morgan, 2015). Secondo Morgan e Sonnino (2010), le città, utilizzando il cibo come strumento, lavorano per affrontare le sfide della sostenibilità ambientale, ma anche le disuguaglianze economiche e sociali. Adottando un approccio sistemico, che considera l’interconnessione tra le dimensioni sociali, economiche ed ambientali, le Plc prevedono nuove dinamiche di governance, spesso basate su processi partecipativi che coinvolgono attori appartenenti a diverse fasi e livelli del sistema alimentare.

È per queste motivazioni – sia tematiche che di metodo – che negli ultimi anni, spesso dietro la spinta degli attori sociali che hanno proposto l’esigenza di una trasformazione a scala locale di sistemi alimentari rivelatisi sempre più – anche a scala globale – insostenibili, molte città di tutto il mondo hanno sviluppato o, per meglio dire, stanno sviluppando, politiche urbane del cibo.

Il processo trasformativo ed inclusivo però avverrà solo se le Plc riusciranno ad impattare, mediante processi di “scaling up”, verso i temi – visti prima – che risultano prioritari per la transizione dei sistemi alimentari.

In questo contesto, la questione del monitoraggio delle politiche e della loro efficacia è cruciale, sia per la natura complessa e multisettoriale sia per la vocazione trasformativa delle stesse politiche. Se il sistema alimentare deve essere coerente con il processo di trasformazione è necessario basarsi sulla quantificazione dei benefici, e sull’identificazione delle misure prioritarie per indirizzare i processi decisionali a livello pubblico ma anche privato.

Il libro su “La narrazione delle Politiche locali del cibo”[4], ha l’obiettivo di presentare lo stato dell’arte delle Politiche locali del cibo in Italia, anche attraverso una proposta di valutazione dei processi portati avanti nelle città stesse. Il volume sintetizza una ampia ricerca e vuole costituire un momento iniziale per un processo di monitoraggio delle Plc in Italia. Come emerge dal lavoro svolto – sia per la relativa novità che tali politiche portano, sia per l’assenza di un quadro teorico o empirico e di relativi indicatori – la valutazione non si presenta semplice, soprattutto, se si vuole valutare l’efficacia delle Plc. In questo senso la ricerca può rappresentare una baseline per un processo di monitoraggio continuo e comune alle città oggetto di analisi e ad altre che possono essere incluse. L’analisi proposta allora va intesa in senso esplorativo, funzionale anche per la scelta dei futuri indicatori di valutazione.

Questa baseline potrebbe essere il nucleo da cui partire per un progetto[5] di Osservatorio nazionale sulle Politiche locali del cibo, che annoveri tra i suoi obiettivi “l’elaborazione di scenari, strumenti e metodologie di valutazione e monitoraggio”.

[1] Il termine corrisponde a diverse definizioni come, ad esempio, food policy, food strategy, urban food policy, urban food planning, ecc.

[2] La formulazione dell’SDG” è: “Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare e migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”.

[3] La lettera si può trovare qui: https://foodpolicycoalition.eu/wp-content/uploads/2023/09/Joint-open-letter-on-the-need-to-publish-the-EU-legislative-framework-for-Sustainable-Food-Systems-before-the-end-of-this-Commissions-mandate.pdf

[4] Davide Marino (a cura di), 2024. La Narrazione Delle Politiche Del Cibo In Italia. Città, Temi, Attori, FrancoAngeli, Milano, ISBN 9788835158134. Il libro è Open Access all’indirizzo: https://www.francoangeli.it/Libro/La-narrazione-delle-politiche-del-cibo-in-Italia?Id=29055

[5] L’Osservatorio è in effetti in fase di costituzione tramite un accordo che coinvolge 31 tra Università ed di Enti di Ricerca pubblici e privati sulla spinte della Rete delle Politiche Locali del Cibo.