Dalla Shelley a Hemingway, le Università inglesi creano blacklist dei libri. La denuncia del Times

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in foto Ernest Hemingway

Le universita’ britanniche stanno creando delle “black list” di libri i cui titoli e testi sono stati ritenuti troppo “impegnativi” e che possono offendere o turbare gli studenti. Il numero dei testi gia’ esclusi dai corsi raggiungerebbe gia’ oltre un migliaio di titoli. A denunciarlo e’ il Times, che ai risultati della sua inchiesta ha dato il rilievo della prima pagina e il titolo di apertura del suo sito. Tra i libri messi al bando, ad esempio, il celeberrimo dramma di Strindberg “La signorina Giulia”, recitato regolarmente nei teatri di tutto il mondo proibito dall’universita’ del Sussex perche’ parla di suicidio, o le opere di Geoffrey Chaucer, il fondatore della letteratura inglese moderna e autore di un classico universale come “I racconti di Canterbury”, censurato dall’universita’ di Aberdeen perche’ tratta argomenti “disturbanti dal punto di vista emozionale”. Iniziative di questo genere da parte delle universita’ inglesi non sono certo nuove. Gia’ nel febbraio scorso, ad esempio, era scoppiato il caso di “1984” di George Orwell. La Northampton University lo ha ritenuto “offensivo e inquietante” per gli studenti: meglio non leggerlo, aveva consigliato, mettendolo all’indice. Un mese dopo e’ capitato a Ernest Hemingway essere additato al pubblico ludibrio: il suo “Il vecchio e il mare” e’ stato ritenuto “tossico” e ritenuto inadatto a stare allineato a tutti gli altri libri nelle biblioteche universitarie. Persino “Frankenstein” di Mary Shelley e’ segnalato perche’ contiene “omicidi violenti e crudelta’” e agli studenti di Amleto e Romeo e Giulietta e’ stato detto che sono caratterizzati da “accoltellamenti, veleno e suicidio”.
Nelle universita’ inglesi ora anche i classici per bambini, che hanno affascinato milioni di giovani nel corso delle generazioni, vengono censurati. Il Mail on Sunday ha suo tempo ha rivelato che libri come “Tarzan” e “Robinson Crusoe” sono posti sotto attenzione all’Universita’ di Leeds. Altrove, gli studenti sono messi in guardia su “Jane Eyre” di Charlotte Bronte e “Oliver Twist” di Charles Dickens. Il dipartimento di Letteratura dell’Universita’ di Chester ha invece censurato persino “Harry Potter”. Forse per le magie? E’ come se fosse scoppiata una furia moralista e al tempo stesso iconoclasta nei confronti dei principali testi della letteratura, non solo inglese ma di valore mondiale. Anche Virginia Woolf e’ entrate nel mirino della censura inglese, inserita in una lista volta a rendere i monumenti di Londra piu’ “inclusivi”, ha rivelato sempre a marso il Telegraph. Il memoriale della scrittrice fuori dalla sua casa a Bloombsury sarebbe infatti legato a “razzismo, schiavitu’ e imperialismo”. Woolf, l’autrice di “Mrs Dalloway”, morta suicida nel 1941, e’ stata salutata come una pioniera del modernismo e del femminismo, ma – si sottolinea -non disdegnava l’uso di parole come “negri” nei suoi diari o la descrizione della pelle di una persona di colore “nera come quella di una scimmia”. Che, al piu’, potrebbe esser considerata comi licenza “letteraria” ma aderente alla realta’ che si vuole in qualche modo anche denunciare. Ad ogni modo, a queste opere proibite, si aggiungono molte altre che sono rimaste nelle librerie degli atenei ma pero’ vengono identificate e accompagnate da avvertenze di “pericolo” per il lettore: tra queste, sorprendentemente, figurano quelle di giganti come William Shakespeare e Charles Dickens e, persino, gli evergreen “gialli” di Agatha Christie. Si tratta pero’ di decisioni che sono state prese dai vertici amministrative delle universita’, che hanno suscitato scalpore e molto orrore tra i docenti del Regno Unito. Il Times riferisce anche che molti tra gli accademici hanno contestato aspramente sui social network queste censure e hanno invitato i colleghi a non tenerne in nessun modo conto nella propria attivita’ didattica. Si e’ chiesto, al tempo delle prime censure accademiche inglese sui testi, Il Foglio: “Le civilta’ muoiono dall’esterno o dall’interno?” Per rispondere che lo storico Rene’ Grousset scrisse che una civilta’ si distrugge con le proprie mani. “Nessuna civilta’ viene distrutta dall’esterno senza essersi innanzi tutto essa stessa deteriorata, nessun impero viene conquistato dall’esterno senza essersi precedentemente autodistrutto. E una societa’, una civilta’ non si distruggono con le proprie mani che quando hanno cessato di capire la loro ragione d’essere, quando l’idea dominante intorno alla quale si erano dianzi organizzate ridiventa loro estranea”.