Data center, la nuova geografia degli investimenti e la sfida del Mezzogiorno

Energia, reti, disponibilità delle aree e certezza dei tempi stanno modificando i criteri di localizzazione delle grandi infrastrutture digitali. Per il Sud si apre una possibilità rilevante, a condizione che le potenzialità dei territori siano trasformate in capacità effettiva di accogliere gli investimenti.

di Andrea Striano*

La geografia europea dei grandi data center sta cambiando e il fenomeno merita attenzione ben oltre i confini dell’industria digitale, perché quando mutano i criteri con cui vengono localizzati investimenti da miliardi di euro mutano, almeno in parte, anche le condizioni attraverso le quali un territorio può entrare nella valutazione dei grandi operatori internazionali.

Secondo un’analisi di JLL ripresa da Reuters, gli hyperscale previsti in Europa tra il 2026 e il 2028 saranno localizzati mediamente a circa 175 chilometri dai principali hub, rispetto ai 46 chilometri del precedente ciclo di investimenti. La distanza, considerata per lungo tempo uno svantaggio quasi naturale rispetto ai grandi centri economici e tecnologici, assume dunque un peso diverso quando diventano determinanti altre condizioni: disponibilità di energia, accesso alla rete elettrica, presenza di terreni adeguati, infrastrutture digitali e tempi necessari per realizzare gli impianti.

Occorre partire da questo mutamento per comprenderne le conseguenze.

L’espansione dell’intelligenza artificiale sta aumentando rapidamente la domanda di capacità computazionale e, insieme ad essa, il fabbisogno energetico delle infrastrutture necessarie a sostenerla. Nei principali hub europei, tuttavia, la crescita incontra limiti sempre più evidenti: reti sottoposte a maggiore pressione, disponibilità ridotta delle aree, costi elevati e tempi di connessione che possono incidere direttamente sulla convenienza di un investimento.

Quando queste variabili acquistano un peso crescente, anche la gerarchia territoriale tende a modificarsi. Aree fino a ieri considerate periferiche possono diventare economicamente interessanti qualora dispongano delle condizioni materiali necessarie e, soprattutto, siano capaci di renderle conoscibili e verificabili da parte dell’investitore.

Per l’Italia il tema ha già assunto una dimensione concreta.

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha riconosciuto come strategici sette programmi di investimento nei data center per oltre 25 miliardi di euro, mentre ulteriori iniziative sono oggetto di valutazione e accompagnamento nell’ambito delle politiche nazionali di attrazione degli investimenti. Ci troviamo quindi dinanzi a un settore che, per dimensione dei capitali mobilitati e per rapporto con energia, infrastrutture e intelligenza artificiale, entra ormai pienamente nel perimetro della politica industriale.

Il progetto previsto nel Sulcis rappresenta, sotto questo profilo, un caso particolarmente significativo. L’intervento integra un’infrastruttura Edge AI, sistemi per la produzione e l’accumulo di energia rinnovabile e la riconversione di un’area industriale, mostrando come infrastruttura digitale, politica energetica e rigenerazione produttiva possano concorrere alla trasformazione economica dello stesso territorio.

A ciò si aggiunge la competizione europea per le AI Gigafactories e l’annuncio, atteso per settembre, di un ulteriore grande progetto riguardante intelligenza artificiale e database in una regione del Mezzogiorno. Segnali distinti, certamente, che tuttavia indicano una medesima direzione: la crescita della capacità computazionale europea avrà inevitabilmente una dimensione territoriale e i luoghi nei quali essa verrà localizzata dipenderanno sempre più dalla qualità delle condizioni disponibili.

Giova allora precisare un aspetto che rischia altrimenti di essere trascurato.

La presenza di aree industriali, di infrastrutture energetiche o di una buona disponibilità di fonti rinnovabili costituisce una condizione favorevole, ma non esaurisce ciò che un grande investitore deve conoscere prima di assumere una decisione.

Affermare che un territorio dispone di energia ha infatti un significato limitato se non si conoscono la potenza effettivamente disponibile, il punto di connessione e i tempi necessari affinché quella capacità possa essere utilizzata. Allo stesso modo, indicare la presenza di un’area produttiva offre un’informazione incompleta quando restano da verificare la proprietà dei terreni, i vincoli urbanistici e ambientali, l’infrastrutturazione esistente e le condizioni necessarie per l’apertura del cantiere.

Lo stesso vale per le autorizzazioni. La disciplina normativa può prevedere procedure definite; l’investitore, tuttavia, deve poter valutare anche i tempi nei quali quelle procedure saranno realisticamente concluse.

Emergono così due livelli che conviene tenere distinti: la potenzialità economica di un territorio e la sua effettiva preparazione ad accogliere un investimento.

La seconda richiede un lavoro più complesso della promozione territoriale tradizionalmente intesa, perché presuppone che amministrazioni, soggetti gestori delle reti, consorzi industriali e istituzioni economiche siano in grado di mettere a disposizione informazioni coerenti, aggiornate e verificabili. Potremmo definirla prontezza territoriale, o, utilizzando un’espressione ormai familiare agli investitori internazionali, investor readiness.

Un territorio realmente pronto dovrebbe poter indicare con sufficiente precisione la potenza energetica disponibile e quella programmata, i tempi di connessione, le caratteristiche delle aree utilizzabili, le infrastrutture digitali presenti, gli eventuali fabbisogni idrici sostenibili, i vincoli esistenti, le autorizzazioni necessarie e una ragionevole successione temporale delle diverse fasi.

In altri termini, ciò che conta è la capacità di ridurre l’incertezza prima che essa diventi un costo per chi deve decidere.

A ben vedere, questa considerazione riguarda particolarmente il Mezzogiorno.

Le regioni meridionali dispongono di condizioni che possono assumere un valore crescente nella nuova geografia degli investimenti: aree produttive suscettibili di riconversione, forte sviluppo delle energie rinnovabili, infrastrutture portuali e collegamenti mediterranei, università e centri di ricerca, competenze industriali e tecnologiche consolidate in diversi territori. La ZES Unica aggiunge inoltre un quadro istituzionale concepito per facilitare gli investimenti e ridurre i tempi amministrativi.

Tali condizioni meritano di essere considerate con equilibrio, perché né la loro presenza garantisce automaticamente un investimento, né le criticità che ancora caratterizzano parte del territorio meridionale autorizzano a considerare il Sud estraneo alla nuova competizione.

La questione riguarda piuttosto la capacità di organizzare ciò che esiste.

Un investitore internazionale che valuta più localizzazioni non confronta infatti soltanto il costo di un terreno o la disponibilità teorica di energia; confronta tempi, rischi, qualità delle infrastrutture, prevedibilità amministrativa e capacità degli interlocutori pubblici di accompagnare l’intero processo. Quanto maggiore è la dimensione finanziaria del progetto, tanto maggiore diventa il valore attribuito alla certezza delle informazioni sulle quali la decisione deve fondarsi.

Sorge allora una domanda che Regioni, amministrazioni locali, consorzi industriali e soggetti impegnati nelle politiche di sviluppo dovrebbero porsi con una certa urgenza: quanti territori italiani sarebbero oggi in grado di consegnare a un grande investitore, in tempi brevi, un dossier contenente la potenza elettrica realmente disponibile, i tempi di connessione, le aree immediatamente utilizzabili, i vincoli esistenti, le infrastrutture presenti e una previsione attendibile dell’iter autorizzativo?

La risposta consentirebbe di misurare con maggiore precisione la distanza tra il possesso di risorse territoriali e la capacità di trasformarle in una proposta di investimento credibile.

Resta, naturalmente, anche una valutazione di carattere industriale.

I data center richiedono capitali molto elevati, mentre l’occupazione diretta generata può risultare inferiore rispetto a quella propria di alcuni grandi insediamenti manifatturieri. Sarebbe quindi improprio giudicare la convenienza di queste infrastrutture soltanto sulla base della dimensione finanziaria annunciata.

L’analisi deve comprendere gli effetti complessivi: infrastrutture energetiche e digitali realizzate, servizi disponibili per il sistema produttivo, attrazione di imprese tecnologiche, sviluppo di competenze, rapporti con università e ricerca, opportunità offerte alla manifattura e capacità di favorire la nascita di attività collegate all’intelligenza artificiale e al calcolo avanzato.

Un insediamento che rimanga separato dal sistema produttivo produce necessariamente effetti più limitati; laddove, invece, si sviluppino relazioni con energia, ricerca, industria e servizi avanzati, le conseguenze economiche possono estendersi ben oltre il perimetro fisico dell’infrastruttura.

Da ciò deriva una responsabilità precisa per la politica industriale.

L’attrazione degli investimenti dovrebbe essere considerata come il risultato di una preparazione ordinata, attraverso la quale ciascun territorio censisce le proprie risorse, verifica preventivamente le condizioni infrastrutturali, individua le criticità e rende disponibili informazioni sufficientemente precise affinché un operatore possa valutare tempi, costi e possibilità effettive di insediamento.

La crescente distanza dei data center dai tradizionali hub europei amplia infatti il numero delle localizzazioni potenzialmente valutabili e, proprio per questa ragione, rende più severo il confronto tra i territori. A una maggiore possibilità di partecipare corrisponde una maggiore esigenza di dimostrare la propria affidabilità.

Per il Mezzogiorno la nuova geografia delle infrastrutture digitali costituisce dunque un’occasione che deve essere osservata con prudenza, ma anche con consapevolezza. Le condizioni energetiche e territoriali possono ampliare le possibilità di localizzazione; gli strumenti di politica industriale possono renderle più favorevoli; la qualità amministrativa, la conoscenza delle risorse disponibili e la certezza dei tempi determineranno la capacità di trasformarle in investimenti effettivi.

Da tutto questo si evince che l’attrattività di un territorio dipende sempre meno dalla semplice disponibilità delle risorse e sempre più dal grado di ordine, certezza e preparazione con cui quelle risorse vengono rese valutabili. Se il Mezzogiorno saprà consolidare tale capacità, la nuova geografia dei data center potrà concorrere, insieme alle altre trasformazioni industriali in corso, a modificare progressivamente anche la geografia dello sviluppo italiano.

* consulente aziendale, esperto di Made in Italy e sviluppo territoriale, presidente di Domìni Economici