De Felice (Protom): Economia circolare e digitale viaggiano insieme. Verso una governance mondiale

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in foto Fabio De Felice

Si parla tanto di transizione ecologica e di economia circolare. Tanto che il governo in carica è nato con un ministero ad hoc, affidato alla guida di Roberto Cingolani. Ma lo stesso esecutivo ha trovato opportuno attribuire a Vittorio Colao un altro specifico dicastero, quello alla Digitalizzazione. Economia circolare e digitalizzazione, quindi, oltre ad essere le priorità del Next Generation EU, sono i driver dello sviluppo globale del futuro ed infatti hanno conquistato lentamente le agende dei governi e delle organizzazioni non solo del nostro Continente. “Con l’avanzare della globalizzazione, l’apertura dei mercati e l’evoluzione della domanda – spiega Fabio De Felice, founder e presidente di Protom – imprese e lavoratori si ritrovano ad operare in un ambiente sempre più ampio e complesso, ma sempre più con soluzioni tecnologiche simili”. Smart Manufacturing e Smart Working sono campi di applicazione della realtà digitale ed anche una necessità per coloro che vogliono accrescere la competitività, sia delle imprese che delle risorse umane che vi operano.

Professore, qual è lo scenario che a suo parere ci lascerà la pandemia da Coronavirus dal punto di vista della digitalizzazione?

L’orizzonte che ci sta lasciando in eredità consente di immaginare la possibilità di non accontentarsi di raggiungere obiettivi parziali e settoriali, quali ad esempio la riduzione delle emissioni climalteranti, ma di immaginare una governance mondiale per lo sviluppo di modelli di convivenza, oltre che di business, basati sulle nuove frontiere digitali. Uno scenario di questo tipo, imposto proprio dalla mondializzazione del virus e dall’esigenza di mettere in sicurezza gli scambi globali, include una integrale ed interagente digitalizzazione, in grado di trattare adeguatamente l’enorme mole di dati di cui si potrà disporre. Senza il presupposto del world wide web, del resto, non avremmo potuto produrre tanti vaccini in un tempo così stretto.

Il covid-19 è stato l’evento più drammatico dal dopoguerra, più nocivo per l’economia mondo della crisi finanziaria dei subprime del 2008. Ma lei sta dicendo che proprio al virus dobbiamo un tributo. In che cosa consiste?

Il covid-19 ha dato una spinta a trasferire il paradigma circolare dall’economia alla politica. Oggi infatti appare più evidente che il controllo delle epidemie non si può affidare a dinamiche spontanee di riequilibrio come l’immunità di gregge, ipotesi rapidamente accantonata anche nella liberalissima Gran Bretagna. Salute ed economia sono ambiti che in futuro saranno adeguatamente trattati solo ricorrendo a istituzioni di estensione mondiale.

Il virus che ha sconvolto la vita di miliardi di persone sul pianeta, ha creato anche le condizioni di una più sentita solidarietà tra le persone? Ne usciremo migliori?

Di certo le restrizioni del lockdown hanno reso inaggirabile il tema del governo mondiale delle risorse e del loro utilizzo. Appaiono oggi i limiti dell’economia lineare, che conta – prevalentemente e spesso esclusivamente – su costi e rendimenti del ciclo economico, più appare necessario salvaguardare il pianeta con la sostenibilità permessa dal modello circolare dell’economia, più si rende indispensabile aspirare ad un utilizzo intensivo della digitalizzazione per gestire processi ecologici complessi. Pertanto sembra ineluttabile il traguardo di una nuova supergovernance mondiale, così come suggerito anche da Kevin Kelly, noto scrittore ambientalista e fondatore della rivista Wired.

Si riferisce a una struttura sovranazionale, simile a una sorta di OMS del digitale?

Sia come sia, le singole politiche nazionali vanno riorientate in ottica di coordinamento sistemico che caratterizza in realtà prima di tutto il modello europeo. Dall’economia all’ambiente alla salute, gli stati nazione appaio inadeguati di fatto a gestire sfide globali-

Sostenibilità e circolarità: come agiscono questi fattori in un simile contesto?

L’economia circolare è un nuovo paradigma che si propone come soluzione innovativa ed avanzata per coniugare crescita dei consumi e della domanda di beni alla sostenibilità ambientale. Ma implementare tale modello significa ripensare il modo in cui utilizziamo materia ed energia: dalla progettazione alla produzione, dal consumo fino alla gestione del cosiddetto “rifiuto”. E’ del tutto palese che le soluzioni circolari non potranno diffondersi senza il supporto di tecnologie e infrastrutture digitali.

in foto Fabio De Felice

Può essere più chiaro a questo proposito?
Porti, trasporti infrastrutture digitali, reti energetiche ed elettriche… Sono tutti settori in cui il modello circolare prevede interazione e integrazione tra nuove tecnologie fisiche e digitali, mediante intelligenza artificiale, internet of things, realtà aumentata, additive manufacturing. Perciò dico che le ricadute positive della transizione sostenibile sull’economia sono conseguibili, realisticamente, solo a patto di disporre di impianti in grado di consentire lo scambio intelligente – efficace ed efficiente – di flussi di risorse e dati – attraverso infrastrutture transcontinentali.

E come si può raggiungere un traguardo del genere?

Solo a condizione di un colossale scambio di informazioni (big data) che permetterà di soddisfare i bisogni e la domanda di benessere di una popolazione mondiale che, dal 1970 al 2017, è aumentata di 2 volte ed un consumo mondiale di materiali aumentato di 4 volte. Per poter raccogliere ed analizzare i dati di cui sopra, in primo luogo è necessario connettere i dispositivi, le reti e le infrastrutture tra di loro. Solo in questo modo possiamo azzerare la latenza nella risposta e nelle decisioni, e prevedere qualsiasi fenomenologia che possa arrecare danni o spreco di risorse. Abbiamo bisogno dunque del perfezionamento di quella che potremmo definire “DIgicircolarità integrata”.

La chiave per costruire una resilienza economica e sociale risiede dunque nella digitalizzazione, che è l’elemento dominante intorno a cui prende forma il futuro collettivo. Vede questa consapevolezza negli attori europei?

La Commissione europea ha assunto l’impegno di qualificare l’Europa come “campione mondiale di sviluppo sostenibile mediante una transizione energetica”, volta a rendere l’Unione climaticamente neutrale: zero emissioni di CO2 entro il 2050. Ma l’Unione ha anche un altro grande compito da assolvere se si vuole fare protagonista di questa nuova rivoluzione in corso: contribuire a plasmare la trasformazione digitale del mondo con una visione basata su società aperte, stato di diritto e libertà fondamentali, che dimostri il suo primato su quella dei sistemi autoritari che usano le tecnologie digitali come strumenti di sorveglianza e repressione.

Lei dice che le transizioni digitali ci devono accompagnare a ridisegnare i confini del nostro mondo in maniera più “sostenibile”. Ma secondo alcuni studi, anzi, i processi digitali, piuttosto che supportare la sostenibilità, hanno contribuito ad innescare modelli di crescita ad alta intensità di risorse.
Di per sé la tecnologia non si mobilita da sola verso le trasformazioni di sostenibilità. Perché occorre una forte volontà politica per creare percorsi capaci di agganciare obiettivi di questa natura. DI per sé le tecnologie digitali non sono innocenti e possono contribuire al progressivo peggioramento dello stato del nostro pianeta e della crescita delle emissioni di gas serra. Ma tra le sfide più avvincenti per l’economia circolare c’è lo sviluppo di piattaforme digitali globali come strumento virtuoso, in grado di intercettare tutti gli stakeholder della filiera in ottica di mercato globale delle «risorse». La digitalizzazione lungo la catena del valore rappresenta un elemento essenziale per il controllo, la pianificazione e la previsione delle attività aziendali che influenzano sui fattori competitivi in ottica di economia circolare.

Tornando alla pandemia, ritiene che l’accelerazione che ha prodotto sia di carattere culturale oltre che tecnologico?

Direi più culturale che tecnologico. Ci ha dato la chiara sensazione di non avere più un piano B. Caduto il piano B, è stata eliminata ogni possibilità di distrazione e differimento. Saremo sempre più indotti concentrarci sul solo obiettivo possibile conseguibile…

Cioè?
Attivare e sfruttare al massimo tutti gli abilitatori tecnologici, innervarli profondamente nei tessuti connettivi delle aziende e delle altre infrastrutture per consentire una vera attivazione globale dell’economia circolare: la digicircolarità integrata. Con al centro sempre l’uomo, unico preposto a fare le giuste domande, ma con una fortissima connessione di infrastrutture, aziende e risorse disponibili. Le tecnologie, semplicemente, agevoleranno il percorso tracciato dall’uomo.