Di Anita Curci
Marcello Simoni, archeologo e autore di bellissimi romanzi storici, è ora in libreria con Delitto di mezzanotte, edito da Newton Compton. Quarto libro con protagonista Vitale Federici, il precettore-detective che pare assomigli nelle maniere e nei ragionamenti a Sherlock Holmes, ci porta nella Garfagnana nel diciottesimo secolo col chiaro intento di far luce tra le ombre di un affare oscuro. Vitale, assieme al discepolo Bernardo della Vipera e a suo padre, il conte Artemio, si trova a indagare su un caso difficilissimo che riguarda la morte del maestro di cappella del Duomo di San Pietro. L’uomo viene trovato nel confessionale in condizioni terribili, con il cranio aperto e il cervello asportato. Segreti, misteri e colpe portano a un assassino che si muove di notte, tra boschi e nebbia, in una atmosfera che oscilla tra religiosità ed esoterismo, tra riti misterici e invenzioni scientifiche. Enigmi potenti che mettono a dura prova i lettori più sapienti intenzionati a trovare la soluzione prima del detective.
Simoni, quanto studio e ricerca ci sono dietro un romanzo storico?
“Naturalmente ce ne sono molti. Anche se quelli di Vitale Federici sono dei romanzi gialli in piena regola, si ambientano in un periodo storico – la fine del XVIII secolo – che devo saper ricostruire in modo impeccabile. Non solo per quanto riguarda lo scenario dell’epoca, ma anche in relazione all’indagine. Gli indizi, le piste da seguire e persino i moventi dell’assassino devono essere conformi all’Italia del Settecento”.
In genere ha già una idea di trama oppure viene fuori durante il vaglio dei documenti?
“La fase di ricerca che precede la scrittura del romanzo è spesso occasione di spunti anche molto importanti che determineranno poi la stesura della trama e la genesi di alcuni personaggi della storia. Però, già prima di iniziare a documentarmi, ho un’idea abbastanza chiara del plot e della direzione che dovrà prendere l’indagine. Come spesso dico agli esordienti, scrivere un giallo significa “lavorare in negativo”, perché il romanzo che andremo a leggere tratta degli eventi successivi agli eventi criminosi che hanno portato il colpevole a commettere il delitto”.
Cosa ha di diverso o di particolare questo quarto libro rispetto ai precedenti della saga?
“Credo che questa sia l’indagine più gotica ed esoterica che ho affidato a Vitale Federici. Le ambientazioni sono più cupe rispetto alle precedenti, i delitti più truci e “simbolici”, per non parlare dei personaggi secondari, più sfaccettati e pericolosi di quelli che solitamente mettevo in scena. Inoltre, i miei protagonisti – Vitale e il suo discepolo-aiutante Bernardo – sono molto cresciuti rispetto alle avventure precedenti. Durante questa indagine, mi hanno dato non poche soddisfazioni”.
Appunto questo pensavo di chiederle: Vitale Federici come si è evoluto negli anni, di romanzo in romanzo? In che direzione lo ha orientato come persona nel tempo in cui vive?
“Nel primo romanzo in cui compare, I sotterranei della cattedrale, pubblicato circa tredici anni fa, Vitale era uno studente dell’Università di Urbino. Altezzoso, molto sicuro di sé e già farfallone, mirava a diventare magister di filosofia. Con il tempo, è diventato più prudente, pragmatico e forse anche un po’ più saggio. Ora per sopravvivere svolge il mestiere di precettore di giovani rampolli. Proprio gli esponenti del clero nobiliare che lui odia tanto. Inoltre al suo fianco c’è il giovane Bernardo della Vipera, uno spirito puro in grado di addolcire il suo carattere”.
Quanta verità e quanta finzione coesistono nei suoi libri e come si bilanciano tra loro?
“Inventare una storia vuol dire giocare con la realtà. Non alludo soltanto a far sembrare reale l’irreale, ma a servirsi della fiction per far riflettere il lettore su aspetti autentici della vita, a partire dalle piccole ingiustizie quotidiane fino alla ricerca della Verità con la V maiuscola. Fra tutti i generi letterari, il giallo è una macchina narrativa che più dà importanza a questo aspetto”.
Mi sono spesso chiesta se i delitti di secoli fa si possano paragonare a quelli di oggi. Nelle intenzioni, nelle dinamiche. Certo non nelle armi che sono sicuramente differenti. Cosa distingue l’assassino di ieri da quello contemporaneo?
“Nel corso dei secoli, i moventi più comuni non sono mai cambiati. Odio, gelosia, vendetta, paura, fanatismo, ambizione e, perché no?, amore sono sempre state le molle principali che hanno portato gli esseri umani a commettere omicidi. Si pensi a Caino e Abele, ma anche ai personaggi di Shakespeare, per comprendere quanto siano “moderne” le pulsioni degli antichi assassini. Se escludiamo il fenomeno dei serial killer, inscrivibile per la maggiore dei casi in un contesto contemporaneo (escluso forse Gilles de Rais), l’uomo sempre ucciso per le stesse ragioni, anche se con metodologie diverse. Cambiano però a volte le ideologie alla base di simili pulsioni. Nel Medioevo, come ancora nel Settecento, si poteva uccidere anche per delirio religioso o per una distorta interpretazione delle leggi divine. In questo senso, le condanne ordinate dall’Inquisizione possono essere giustamente considerate, agli occhi dei contemporanei, dei delitti non meno mostruosi delle stragi compiute dai nazisti”.
Il libro che ha alimentato la passione verso le caratteristiche peculiari alla base dei suoi romanzi?
“Sono moltissimi. Vanno dalle opere di Stevenson ai gialli di Conan Doyle. Sherlock Holmes e il pirata Long John Silver sono stati determinanti per l’incubazione dei miei personaggi immaginari. Non toglierei però nemmeno figure come Diabolik e Dylan Dog, insieme agli intramontabili Capitano Nero e Sandokan”.





































