Depositi con tassi negativi: perché è a rischio anche il sistema bancario italiano

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di Achille Flora

Dopo la discesa del saggio d’interesse nel campo negativo, da -0,40 a -0,50, sui depositi di liquidità eccedenti la riserva obbligatoria effettuati dalle banche presso la Bce, un nuovo problema si pone all’attenzione degli analisti finanziari: la trasmissione della negatività dei tassi sui depositi di liquidità effettuati dai risparmiatori presso le singole banche europee.
Di fatto siamo, da tempo, in condizioni di una remunerazione molto esigua sui depositi presso le banche, con l’unica eccezione dei cosiddetti conti deposito con capitale temporalmente vincolato. Il problema si pone oggi con maggiore evidenza per le perdite che quest’abbassamento dei tassi provoca sugli utili bancari. Un’anomalia già in atto nelle banche europee, danesi e tedesche su tutte, ma che potremmo verificare anche in Italia, perché Unicredit ha già dichiarato, per bocca del suo amministratore delegato J. P. Mustier, la necessità di trasmettere alla clientela la negatività dei tassi, anche se limitandola ai depositi da euro a salire. Un meccanismo motivato dall’esigenza di trasmettere ai risparmiatori le politiche della Bce.
Ma è davvero questo il motivo?
In realtà, più che l’obiettivo di smobilizzare la liquidità giacente nei conti bancari, motivazione della Bce che immette liquidità nel sistema affinché le banche la prestino all’economia reale, appare contraddittoria nel caso delle banche, poiché queste guadagnano dai depositi quanto più questi sono giacenti e dormienti, utilizzandoli per potenziare l’offerta monetaria. Un motivo più stringente è quello che emerge dal calo del margine d’interesse (differenza tra tassi attivi e passivi) che tra il 2009 e il 2017 è passato da 41,2 miliardi a 27,6 miliardi evidenziando un calo del 32,9%. Un calo non compensato dall’aumento dei profitti delle attività finanziarie (+8%) e delle commissioni nette (+10,8%) nello stesso periodo, portando, tra il 2009 e il 2017, anche il margine d’intermediazione a calare del 16,9% (Kmg, L’evoluzione del sistema bancario italiano: gli indicatori chiave, 2019). Il risultato, considerando l’aumento delle sofferenze, inadempienze e crediti scaduti, ha portato ad una perdita di circa 34 miliardi per il nostro sistema bancario, cui si aggiungerebbero ulteriori 2,8 miliardi di riduzione degli utili delle 32 principali banche europee, secondo Goldman Sachs, in seguito ai tassi negativi della Bce.
Certo, la situazione è migliorata negli ultimi anni, sia per il calo dei crediti in sofferenza, sia per gli interventi strutturali sull’organizzazione bancaria attraverso la riduzione di sportelli e addetti. La ripresa delle politiche monetarie espansive della Bce, unitamente alla fine della contrapposizione frontale tra governo italiano e Commissione europea e conseguente calo dello spread sui titoli pubblici, ridisegnano un quadro più favorevole alla ripresa dell’economia italiana.
Per le banche italiane rimane, però, il problema di ricostruzione di una maggiore redditività. Ammantarlo di motivazioni ideali, tese a ripristinare la catena di trasmissione della Bce per far ripartire l’economia reale, appare come un velo, teso a coprire la motivazione di ricostruire un più elevato livello di profittabilità. Ricercarlo attraverso la penalizzazione dei depositi, potrebbe, inoltre, avere l’effetto negativo di spingerli verso forme d’investimento alternative più redditizie ma a maggior rischio.
Inoltre, nei paesi europei che hanno trasferito i tassi d’interesse negativi della Bce sui depositi bancari, si sta determinando uno spostamento di capitali verso paesi in cui i tassi sono ancora, anche se lievemente, positivi, tra cui l’Italia. La trasmissione ai depositanti della negatività dei tassi non solo arresterebbe questo flusso, ma potrebbe innescare anche una sua inversione, poiché il movimento dei capitali non dipende solo dal livello del saggio d’interesse ma anche dalla ricerca di sicurezza, già verificata con l’acquisto di titoli pubblici tedeschi con tassi negativi. Questo movimento, motivato dalla ricerca di beni ed economie rifugio, potrebbe estendersi anche ai depositi bancari nel quadro attuale di rallentamento dell’economia mondiale. L’Italia, con il suo enorme debito pubblico in rapporto al Pil e l’instabilità politica che la caratterizza, non rappresenta certamente il regno della stabilità e ciò potrebbe innescare, a fronte di un peggioramento della contingenza internazionale, uno stimolo al loro spostamento verso economie e paesi, come quelli del Nord Europa, maggiormente stabili.
Non un bel risultato per il sistema bancario italiano che rischierebbe così, abbassando i livelli dei depositi, di far fuggire quella che rappresenta la sua vera e propria materia prima.