Desiderare un mondo nuovo è un’eresia

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di Giuseppe Tranchese

Nel mondo sono centinaia gli attivisti che muoiono o rischiano la vita ogni giorno per difendere l’ambiente, i diritti civili, la terra, le risorse naturali, i beni comuni.
Secondo l’Organizzazione Internazionale Global Witness negli ultimi due anni sono state acclarate (ma verosimilmente sottostimate) oltre quattrocento vittime di omicidi, di cui il 60% in America latina con il 90% di impunità.
Sembrerebbe che cambiare il mondo non sia soltanto impossibile, ma inutile.
La struttura occidentale del XXI secolo, in particolare, non appare riparabile e l’intenzione di cambiare tale sistema comporta, molto spesso, l’instaurarsi di fenomeni quali ansia, intolleranza, aggressività verso gli altri o verso sé stessi.
Ecologismo, veganesimo, no globalizzazione, animalismo sono tutti esperimenti utili e diretti a pensare ad una nuova visione eroica, ma possono dare i loro frutti solo se non vengono intesi come nuovi modi di “adattarsi” a quel che già esiste. Infatti, l’ostinazione per la propria diversità nasconde dei tranelli, in primis altrettante forme di settarismo e di difesa, poi di narcisismo, per sfociare nella paranoia ed a volte in forme di demenza. Il narcisismo appare come una reazione disperata ad un appiattimento dell’individuo che rischia di cedere alle pressioni della realtà degli altri, del loro mondo fabbricato dalle inerzie della maggioranza. Ci siamo abituati alla descrizione della realtà fornita da altri o vista con gli occhi degli altri, adattandoci a considerare bloccate le prospettive dell’attuale vivere sociale dove l’economia è strutturata in modo da non garantire il sostentamento minimo a tutta la popolazione mondiale; la morale si caratterizza per essere al contempo molto falsa e molto forte; la cultura è bloccata da una situazione sociale a caste, ed il benessere individuale e psicologico è messo a dura prova ed in pericolo da tutta una serie di innovazioni tecnologiche: una macchina ci sveglia, una ci trasporta al posto di lavoro, con altre lavoriamo e rientriamo a casa dove ancora altre macchine ci “coccolano” e ci irretiscono con i social networks. Social che, potenzialmente, avrebbero il pregio di essere, per ora, scevri da una rigida censura e, sommati al coraggio, alla fierezza ed alla voglia autentica di comunicare da parte di chi li usa, potrebbero essere un valido mezzo di diffusione delle idee. Tuttavia, in Paesi dove esistono pochi binari realmente formativi, dove la produzione culturale è scarsa, dove la Scuola e le Università hanno, volutamente, un ruolo marginale (purtroppo l’Italia su questi punti detiene un triste primato), le modalità di utilizzo dei Social li trasforma in potenti e promiscui mezzi sia di manipolazione che di ulteriore isolamento degli individui.
Quando la collettività è costruttiva è giusto ed anche bello partecipare alla creazione condivisa, ma quando essa tende, come in questo particolare momento storico, alla disgregazione ed al disfacimento, allora occorre, innanzitutto, recuperare l’individualità libera. Per individualità non si vuole intendere la tendenza all’ulteriore isolamento, alla solitudine che presuppone una necessaria risposta all’inaccettata appartenenza ad un gruppo, ma si vuole porre tra le priorità la scoperta di sé stessi e del modo migliore per essere all’altezza di esprimere le più elevate capacità del singolo.
Pensare in maniera individuale significa “accorgersi di sé”, imparare a costruire un linguaggio non tanto parlato, quanto pensato, che sia come i rami della vite che si attaccano alle cose reali che li attorniano. Accorgersi di sé significa “guardare oltre”, al di là dei principi di causa-effetto che ci hanno imbrigliati nel tessuto sociale ed anche nelle scienze. Significa impegnarsi a sostituire l’idea di causa-effetto con quella di scopo, linea guida per cercare di tracciare non solo un altro futuro ma anche un altro presente, riscoprendo in modo nuovo il proprio passato.
In questa società che ha instillato, come principi cardine di controllo delle menti, il senso di colpa e quello di inadeguatezza, la via d’uscita non può essere fornita solo da gesti di coraggio, in risposta alle paure inflitte all’animo umano, ma soprattutto dal recuperare quel sentimento di cui ci hanno fatto perdere le tracce: la Gioia.
Certamente una prospettiva eretica (dal greco hairetikós: per indicare colui che sceglie) che metta al centro della società l’individuo che decide consapevolmente di guardare dentro e fuori di sé con gioia e stupore, che sceglie di fondere in armonia il cuore (coraggio), l’intelletto e la volontà, che sceglie di forgiarsi con una solida e libera cultura, farebbe vacillare le fondamenta dell’attuale sistema mondo. Per chi vorrà continuare ad essere assorbito ed integrato in quello attuale, tutto ciò sarà un trauma che farà sgretolare le loro “comode” certezze; per chi vorrà, invece, aprirsi ad una visione nuova ed incerta del mondo, queste epoche storiche possono essere colte non come un dramma ma come una stimolante opportunità per creare e realizzarsi in pienezza.