Dialisi peritoneale per 10% pazienti

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Lecco, 19 apr. (AdnKronos Salute) – In dialisi fra le braccia di Morfeo. Ripulire il sangue di notte, mentre si dorme a casa nel proprio letto, è una delle possibilità offerte ai pazienti con insufficienza renale cronica dalla dialisi peritoneale. Ma la metodica stenta a decollare, viene ancora prescritta in misura di gran lunga inferiore rispetto a quella extracorporea, che si fa prevalentemente in ospedale o in ambulatori specialistici dedicati 3 volte a settimana. E i numeri restano sbilanciati a favore di quest’ultima: ad oggi in Italia, secondo i dati del Registro nazionale voluto e gestito dalla Società italiana di nefrologia (Sin), su un totale di circa 45 mila pazienti in trattamento dialitico, intorno a 4.500 utilizzano la peritoneale, cioè solo il 10% della popolazione in dialisi.

“Troppo pochi rispetto a quanti potrebbero beneficiare di un tale approccio domiciliare”, sottolineano gli specialisti riuniti da oggi a sabato 21 aprile a Lecco per il XIX Convegno del Gruppo di dialisi peritoneale (Gsdp) della Sin. Perché gli studi evidenziano che si potrebbe arrivare al 30%, chiariscono gli esperti, secondo cui un balzo in avanti in termini numerici sarebbe auspicabile sia “per migliorare la qualità della vita dei pazienti” che “per ottenere un risparmio di spesa per il Servizio sanitario nazionale”. La dialisi peritoneale “viene effettuata al proprio domicilio dal paziente stesso. Diversamente da quella extracorporea, sfrutta il contatto tra peritoneo e soluzione dialitica”, spiega Giuliano Brunori, primario dell’Unità di nefrologia e dialisi di Trento, moderatore del simposio ‘Remote Patient Management: un innovativo approccio alla dialisi peritoneale’ organizzato da Baxter (venerdì 20 aprile) nell’ambito dell’evento.

“Non esistendo un circolo extracorporeo non c’è rischio di incidenti che possano mettere a rischio la vita del paziente – prosegue lo specialista – Inoltre, essendo una metodica domiciliare, che può essere effettuata anche di notte mentre il paziente dorme, non interferisce con le attività quotidiane dei pazienti (lavoro, studio, svago) e permette quindi una miglior qualità della vita. Infine può essere effettuata ovunque, per cui il paziente che parte per un periodo di ferie porta con sé il materiale necessario”.

Idealmente, a detta degli esperti, nei cosiddetti pazienti incidenti, cioè di nuovo arrivo alla dialisi, la percentuale in trattamento domiciliare dovrebbe essere fra il 30 e il 40%, mentre nei pazienti prevalenti potrebbe collocarsi fra il 20 e il 30%. Ma quali sono gli ostacoli che tengono ancorati al basso i numeri, situazione che peraltro si riscontra anche fuori dai confini nazionali? “Ci sono problemi sia di tipo organizzativo che di tipo culturale – osserva Loreto Gesualdo, presidente della Sin – Oggi per esempio la dialisi peritoneale ha dei buoni outcome e può essere portata a casa del paziente. Ma manca in Italia una forte integrazione fra ospedale e territorio. E c’è poi un fattore di educazione, anche della comunità nefrologica”.

La dialisi peritoneale “è una metodica semplice, di facile apprendimento ed esecuzione, flessibile. Si adatta allo stile di vita del paziente e non viceversa”, conferma Gianfranca Cabiddu, coordinatore del Gsdp della Sin e responsabile della Struttura dialisi peritoneale dell’azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari. “Aumentare la dialisi domiciliare – assicura l’esperta che con Brunori è moderatrice del simposio Baxter, trasmesso anche in live streaming durante il convegno – significa prima di tutto crederci e, per poterci credere, bisogna conoscerla. Solo in questo modo si potrà offrire al paziente l’opportunità di scegliere, in modo informato e consapevole, il tipo di trattamento che meglio si adatta alla propria situazione clinica e sociale”.

Sull’importanza di migliorare la qualità di vita dei pazienti e rendere più efficaci ed efficienti i servizi sanitari, facendo leva su deospedalizzazione, personalizzazione della cura e assistenza, pone l’accento in primo luogo lo stesso Piano nazionale cronicità del ministero della Salute varato nel 2016. Il documento raccomanda lo strumento del Piano diagnostico terapeutico assistenziale (Pdta), il cui fine è contribuire al miglioramento della tutela dei malati cronici, riducendone il peso sull’individuo, sulla sua famiglia e sul contesto sociale. “E’ un piano focalizzato sulla persona con patologia che tiene conto anche di tutti i problemi correlati alla quotidianità”, spiega Paola Pisanti del ministero della Salute. Per le malattie renali croniche e l’insufficienza renale, “uno degli obiettivi posti è arrivare a una diagnosi più precoce possibile e abbiamo voluto dare molto peso all’importanza della domiciliarità, specificando che bisogna aumentare le persone in terapia con dialisi peritoneale ed emodialisi” fra le mura domestiche.

“Considerato che per la dialisi peritoneale siamo al 10%, l’obiettivo per esempio del 20% potrebbe essere già un buon criterio a cui fare riferimento – continua Pisanti – A noi interessa soprattutto mantenere la qualità di vita della persona. E la domiciliarità, che include anche Rsa, case di riposo e centri diurni, risponde molto meglio a questo obiettivo rispetto all’ospedalizzazione. Abbiamo anche definito criteri di personalizzazione di queste terapie”. Cinque Regioni hanno già recepito il Piano cronicità ed “è stato predisposto un monitoraggio, con una cabina di regia, delle iniziative che verranno intraprese. Si andrà a verificare l’effettiva applicazione del piano sulla base di obiettivi e indicatori”.

Alle Regioni, continua Pisanti, “chiediamo anche nuovi modelli organizzativi e si valuterà che impatto avranno sul servizio sanitario. L’ultimo documento che ho visto, del Censis, parlava anche di uno spostamento positivo per quanto riguarda i costi. Inoltre, quello che ci interessa è avere modelli di remunerazione di percorso, non più a prestazione, cosa che consentirà di seguire con attenzione il malato cronico”. Sul fronte dialisi, alcune Regioni hanno già messo in atto politiche che favoriscono il trattamento a domicilio dei pazienti fornendo anche un contributo economico alle famiglie o al caregiver. Tra queste il Piemonte, l’Emilia Romagna, la Sardegna e la Sicilia. “Ma anche gli incentivi per fare la dialisi peritoneale a casa non è detto che, da soli, funzionino – evidenzia il nefrologo Giorgio Battaglia, portando la sua esperienza in Sicilia – Bisogna inventare nuovi percorsi e modelli. Coinvolgendo le Rsa, mettendo un caregiver al fianco delle famiglie, pensando a strumenti che vanno oltre il rimborso per prestazione”.

“Il dato di fatto – aggiunge Gesualdo – è che ci sono 230 strutture nefrologiche in Italia nel pubblico, delle quali solo il 65% offre cure domiciliari dialitiche. Bisogna lavorare su questo insieme alle Scuole di specializzazione, perché senza competenze non si sviluppano nuovi modelli di cura. E’ il momento di spostare l’asse dall’ospedale al territorio e per parlare di integrazione abbiamo bisogno di rivedere i nostri modelli organizzativi. C’è una grande potenzialità nella domiciliarizzazione delle cure. Ma se guardiamo al livello regionale, la situazione è a macchia di leopardo: ci sono regioni in cui abbiamo un 6% di dialisi peritoneale e realtà come l’Abruzzo o il Veneto dove la domiciliarità sale al 30%. Magari il fattore orografico pesa, ma ci sono delle best practice da prendere come esempio. La politica e gli amministratori devono aiutarci, perché la dialisi non può essere solo autogestita. Il paziente è invecchiato, ha bisogno di una dialisi assistita che può essere sicuramente aiutata dalla tecnologia e da nuovi modelli organizzativi che le Asl ci devono dare”.