“Diana Spencer – Morte, mito e misteri”. Verità perdute o nascoste?

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di Fiorella Franchini

Si dice che la verità trionfa sempre, ma questa non è una verità” sosteneva Anton Čechov. L’oggettività languisce di fronte alla morte improvvisa e sospetta di Diana Spencer e Dodi al Fayed avvenuta il 31 agosto 1997 sotto il tunnel dell’Alma, a Parigi. A distanza di 27 anni la versione ufficiale dell’incidente che incrimina l’autista ubriaco e i fotografi che inseguivano l’auto, continua a contrapporsi alle inchieste giornalistiche che la mettono in discussione.

Annalisa Angelone ripercorre in “Diana Spencer – Morte, mito e misteri”, Polidoro editore, la vicenda, analizzando sistematicamente la personalità della principessa, i fatti, la documentazione, le anomalie. Un’analisi scrupolosa basata su innumerevoli fonti controllate e attendibili che escludono ogni insinuazione di complottismo sensazionalistico. È il primo ed unico libro-inchiesta italiano che esamina le ultime ore di Diana e, come in una classica crime story, l’autrice sviluppa i moventi, il contesto personale, la scena del crimine e i sospettati. 

Di ragioni per eliminare la principessa, ce n’erano tante, connesse alla vita privata e ancor più a quella pubblica. Diana Spencer e suo marito Carlo d’Inghilterra, sebbene divorziati, non smettevano di riempire i giornali scandalistici. Carlo continuava la sua relazione con Camilla, la donna amata da sempre che non avrebbe mai potuto sposare, anche a seguito del divorzio, come aveva chiarito l’arcivescovo di Canterbury. Diana aveva una relazione stabile con un facoltoso egiziano figlio di Mohamed al Fayed, contestato uomo d’affari, e pare che fosse incinta e in procinto di risposarsi. La sua immensa popolarità metteva in risalto la mancanza di carisma dell’ex marito, il suo comportamento non convenzionale era fonte d’imbarazzo per la Corte inglese. 

Nel suo ruolo la principessa lavorava instancabilmente per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi come l’AIDS, la lebbra e la disintossicazione dai farmaci. Visitava ospedali e orfanotrofi in tutto il mondo, portando conforto e speranza. Determinante il suo impegno contro l’uso delle mine anti-uomo in Angola che convinse il presidente americano Clinton alla messa al bando. Diana aveva annunciato che avrebbe fatto i nomi dei responsabili ma il dossier a cui stava lavorando non fu più ritrovato. L’industria bellica britannica era una delle maggiori del mondo, seconda soltanto a quella degli Stati Uniti; dunque erano molti gli interessi minacciati dal suo intervento e non erano mancate intimidazioni. In programma anche nuove battaglie, forse tra i campi profughi di Gaza.

Annalisa Angelone analizza dettagliatamente le incongruenze rilevate nelle carte delle indagini. Le questioni legate agli esami condotti sul sangue dell’autista, in particolare, i livelli molto elevati di monossido di carbonio, l’affidabilità dell’alcol test effettuato dai francesi. La morte e i segreti del paparazzo James Andanson, la sua reale presenza sulla scena dell’incidente, le sue false testimonianze, il suo alto tenore di vita restano un’incognita.  Come interpretare il retroscena, poco noto al grande pubblico, della clamorosa retromarcia della giuria del processo inglese, la quale nel 2008 ritenne inesatto affermare che l’incidente fosse stato causato da Henri Paul e dai “paparazzi” e sostituì questo termine con l’espressione di “veicoli che seguivano”. In quella zona di Parigi, inoltre, quella notte le telecamere stranamente non funzionavano, i vetri dell’auto non erano oscurati e nessuna disposizione di ordine pubblico fu prevista per la presenza in città di un personaggio glamour come la principessa del Galles. Tantissime le lacune, le negligenze, le omissioni, i rifiuti di collaborazione, i silenzi, le parziali ammissioni.  Verità perdute o nascoste?

Una narrazione incalzante e circostanziata, da giornalista d’inchiesta, che non dà risposte e genera altri dubbi. Una riflessione che fa emergere scenari sconcertanti nell’ambito delle nostre democrazie occidentali, ci fa interrogare sul potere delle lobby economiche e politiche, sui confini della legalità e della libertà, sulla necessità di preservare lo spirito critico.

Dalle pagine affiora con ricercatezza l’immagine della donna dolce e indipendente, triste e ironica che si fonde con quella del personaggio pubblico determinato, concreto, ricco di umanità e di impegno sociale. Il mito di Lady D ha, forse, meno sacralità di una favola antica ma possiede la stessa eccezionalità, la stessa carica esemplare. Come gli eroi del passato la storia della principessa del popolo è destinata a rimanere nell’immaginario collettivo, da ricordare per sempre, sugellata dalla malinconia per una vita spezzata e dal mistero, simbolo di altruismo e di coraggio, chiave di lettura per capire questo tempo e questa società.