Digitalizzazione e formazione 4.0, ma il Sud resta indietro?

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(foto da Pixabay)

di Ugo Calvaruso

Con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) si propone l’incremento dei processi di digitalizzazione, anche attraverso investimenti nella formazione, e di superare le debolezze strutturali del sistema economico-produttivo italiano attraverso politiche di coesione.
Il governo ha messo in campo molti incentivi, si stima che entro la metà del 2024 saranno 27.300 le aziende beneficiarie del “bonus software”, ed ha rafforzato quelli per le attività formative legate alle tecnologie 4.0 per le Pmi e medie imprese.
Le attività formative dovranno essere fornite da soggetti individuati tramite Decreto del Ministero dello Sviluppo economico; perciò, i formatori potranno essere scelti tra quelli che saranno individuati dal Mise. Mentre le competenze acquisite o consolidate dai partecipanti dovranno essere certificate secondo le modalità espresse nel Decreto attuativo.
Con la prossima Legge di bilancio, inoltre, saranno favoriti quei progetti di digitalizzazione che focalizzeranno la propria attenzione anche sugli ambiti energetici. Saranno pertanto agevolati gli interventi che metteranno in relazione i processi di digitalizzazione con la trasformazione ecologica ed energetica delle imprese.
Rimane in ogni caso aperta la “questione meridionale”: la base manifatturiera del Sud si è ristretta negli ultimi anni, le catene produttive in molti casi hanno mostrato una bassa capacità di upgrading tecnologico e di riposizionamento strategico, la crescita del terziario non si estende ai servizi ad elevato contenuto di conoscenza.
Secondo una delle relazioni prodotte dal Dipartimento per le politiche di coesione, ad esempio, è emerso che le misure di credito d’imposta interessate siano caratterizzate da una distribuzione territoriale delle domande penalizzante per il Mezzogiorno.
In generale, si può osservare come gli investimenti non riescono a conciliare crescita economica e riequilibrio territoriale. Forse bisognerebbe proporre misure che bilancino strumenti di consolidamento dell’esistente e sviluppo del tessuto industriale nelle aree di ritardo. Ma, il Piano sembra anteporre il consolidamento allo sviluppo. In questo modo c’è poca speranza per la coesione quanto piuttosto un rafforzamento dell’attuale esistente.
Tutto ciò indebolisce e compromette la possibilità di beneficiare di una domanda aggiuntiva di beni e servizi, alimentando le importazioni piuttosto che un rafforzamento dell’offerta nazionale e favorendo anche il riposizionamento delle catene del valore del nostro Paese all’interno del contesto internazionale.