Distillare le parole

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In foto un quadro di Paolo Righi
di Ugo Righi
Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole. E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono delineati su dei fogli, dipinte con l’inchiostro tipografico-e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono le ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle , al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga a milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro:tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervalli si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.
Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un altra. La parola non risponde nè domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula. Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumento di morte – o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto. C’ è anche il silenzio. Il silenzio per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Quelle buone e quelle cattive. 
Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.
(Jose Saramago)
Assisto a questa cannibalesca conversazione tra due donne in un bar, una di fronte all’altra. La prima donna parla a voce alta, si capisce che è estenuata, e cerca di dire qualcosa. L’altra donna, molto grassa, non la fa parlare e a ogni parola aggiunge parole che la dirottano questo povero scambio umano, verso contenuti emotivi e trasformano il senso comunicativo in conflitto.
La prima donna si trova costretta a spiegare qualcosa che non ha detto e la seconda ad alimentare con altre informazioni aggressive la sua comunicazione paradossale.
Urlano entrambe e anche se la prima è costretta a farlo perché forzata dalla regola che la seconda impone, è evidente lo spreco di tutto questo.
Urlano, come se urlare conferisse valore al contenuto come se urlare servisse a superare una sordità che non è quell’acustica.
Ci sentono benissimo ma quello che arriva è rumore, cattivo rumore.
Ovviamente non stanno comunicando anche perché la seconda donna spezza sul nascere il tentativo della prima alzando la voce e non ascoltando nulla, se non alcune parole che sono nella tonalità funzionale per arricchire il malinteso e il non inteso.
Non si guardano e la loro ira cresce sino a che la prima ,più ragionevole, rinuncia e se ne va.
Parole che non dicono nulla, parole per ingannare il silenzio, per evitare che nasca e così con lui la possibilità di capire e capirsi.
Etimologicamente la comunicazione indica l’azione del mettere in comune e pragmaticamente uno scambio di comportamenti che ha come scopo il reciproco influenzamento.
Quindi il buon comunicatore è chi riesce a sviluppare dialoghi integrativi che uniscano le differenze e producano senso e pratiche di senso.
Unisce, integra, influenza perché aiuta gli interlocutori ad attivare comportamenti di valore che non avrebbero avuto senza la comunicazione che sta avvenendo, e questo per modificare comportamenti cognitivi, operativi, emotivi ecc. immediati o futuri.
Questo è il senso dell’influenzamento in una prospettiva dove
la possibilità di “cambiare”l’altro dipende dalla propria disponibilità a essere
“cambiato” dall’altro ascoltandolo.
Certo quando due persone dialogano se esprimono differenze, sono in qualche modo in conflitto e si capisce la componente agonistica fisiologica, ma dovrebbe esserci la capacità di apertura data dall’ascolto che permette di evitare il conflitto distruttivo e, appunto, la comunicazione.
Osservo ora l’incontro tra queste altre due donne.
Sono fianco a fianco e si guardano negli occhi.
Hanno, anche loro, un contenuto chiaramente conflittuale da mettere in comune, ma sono civili e educate.
La prima distilla le parole che sta dicendo, con un tono giusto e un volume appropriato, poi sta in silenzio per confermare e consentire l’ascolto all’altra e a se stessa.
L’altra fa lo stesso. Sono affascinato dal loro silenzio, dall’eloquenza profonda che il silenzio contiene, e capisco che il silenzio parla di più delle parole che parlano e anzi è il silenzio che genera la parola che parla perché il silenzio è ascolto attivo e solo l’ascolto può rendere la parola “intelligente”.
Se chi ascolta è capace d’ascolto non aggressivo e mantiene la propria identità, senza avere la contraddizione come scopo, si ha una cultura matura della contraddizione.
Si realizza la capacità di riconoscere l’altro, in contraddittorio, e il suo diritto a esprimere identità e contenuti diversi .
Allora in questo senso la conflittualità diventa vitale e consente cambiamenti integrativi, altrimenti è mortale e determina allontanamenti insanabili.
Quante parole inutili o che producono l’effetto opposto di quello che vorrebbero, per incompetenza comunicativa e rumore che impedisce il silenzio.
Urlare fa ascoltare meno.