Donne e carriera, Carlotta Giaquinto: Dal carcere una possibilità di riscatto per i detenuti

423

Una struttura grande, imponente, attiva come casa circondariale dal 1996, ha avuto un ampliamento con l’apertura ad ottobre del 2013 di un nuovo padiglione detentivo per 370 detenuti. Blocchi di cemento grigi ed austeri danno immediatamente l’idea del luogo dove ci troviamo. Varchiamo, non senza una certa inquietudine, il cancello della Casa Circondariale “F. Uccella” di Santa Maria Capua Vetere. Luogo di storie, dolore, cadute e tentativi di riscatto. L’appuntamento è con la dottoressa Carlotta Giaquinto, direttore della struttura.

Come è arrivata a ricoprire il ruolo di direttore del carcere di Santa Maria Capua Vetere?
Sono entrata nell’amministrazione penitenziaria con un concorso, uno dei tanti che fa un neolaureato in giurisprudenza che si affaccia al mondo del lavoro. Quando l’ho vinto non avevo bene idea di cosa mi aspettasse. Il mio primo incarico è stato da vice direttore presso il carcere di Secondigliano, subito catapultata in una realtà importante, complessa, dove ho imparato molto e sono cresciuta, anche umanamente. In seguito sono stata nominata direttore presso il carcere di Arienzo, in provincia di Caserta, una struttura più piccola, dove ho imparato sul campo a seguire molti aspetti della vita carceraria. Infine l’approdo qui a S. Maria Capua Vetere.

Che struttura è il carcere di S. Maria Capua Vetere?
E’ una realtà complessa che ospita quasi 1.000 detenuti, tra comuni e di alta sicurezza, divisi in reparti maschili e femminili. All’interno del carcere si svolgono numerose attività sia di carattere ricreativo che formativo, sulle quali io punto molto. La scuola, per esempio, ma anche attività sportive o laboratori sartoriali, con lo scopo di coinvolgere i detenuti e al contempo dare loro l’opportunità di formarsi, di interagire con la società civile, di avere una finestra su un’alternativa possibile rispetto alla vita intrapresa. Cerco di valorizzare le competenze di ciascuno perché si sentano attivi, c’è chi è artigiano, chi estetista e, compatibilmente con la disponibilità di attività, si cerca di coinvolgerli. Questa è l’unica possibilità di adempiere alla funzione di rieducazione descritta nella Costituzione Italiana. Diversamente, il tempo trascorso nell’ozio non fa che peggiorare le cose e il detenuto, dopo aver scontato la pena, rischia concretamente di tornare a delinquere.

Com’è la giornata tipo del direttore di un carcere come questo?
Le giornate sono molto varie, è un lavoro non facile ma pieno di gratificazioni. Molte carte, molti adempimenti burocratici, ma anche momenti in cui mettere in campo la propria esperienza, sensibilità, umanità. In questo senso, contrariamente a quanto si possa pensare, il mio non è un lavoro “maschile”, ma essere donna ha, in qualche modo, un valore aggiunto. Di frequente il detenuto chiede colloqui col direttore. Pur essendoci figure intermedie di riferimento, ha comunque nel direttore il suo interlocutore privilegiato. Le richieste sono diverse e disparate, colloqui supplementari o magari la possibilità di telefonare una volta in più. In questi casi l’esperienza ha un ruolo importante. Il detenuto tende ad avere un atteggiamento manipolatorio, artatamente docile, remissivo nel perorare le sue richieste. Esse vanno opportunamente ponderate distinguendo le reali esigenze da quelle dettate da strategie o motivi di convenienza, il tutto cercando di mantenersi sempre equidistante, dando a tutti le medesime possibilità, compatibilmente con i limiti imposti dalla legge, naturalmente. Una maggiore presenza di operatori di tipo pedagogico, formati specificamente per questo, aiuterebbe molto il lavoro del direttore.

Lei riesce sempre a mantenersi equidistante, anche quando ha di fronte detenuti che hanno commesso reati più efferati, o magari legati alla sfera sessuale?
Io non giudico chi ho di fronte. Il processo che li ha condannati si è svolto altrove, qui ci occupiamo solo dell’esecuzione della pena. Non è sempre facile, ma si cerca di rimanere estranei alla storia personale del detenuto. Noi tendiamo a non entrare nei dettagli della storia, interrompiamo il contatto con il reato. Io cerco di guardare al detenuto come ad una persona che, al di là di ciò che ha commesso, si trova in una condizione particolare come la limitazione della sua libertà personale. Può apparire sorprendente, ma si riesce a scorgere in molti casi un’umanità anche in chi è reo di gravi reati, prevale il senso di umanità. E’ normale che se il soggetto anche durante la detenzione mantiene un certo tipo di atteggiamento, questi viene poi tenuto a distanza. Tra i detenuti invece esiste una sorta di codice per cui certi soggetti che hanno commesso reati particolarmente efferati o ad esempio legati alla pedofilia, vengono inseriti in percorsi protetti per evitare che corrano pericoli all’interno della struttura.

Ha mai incontrato diffidenza o pregiudizio per il suo essere donna in un ambiente difficile come quello carcerario?
Non ho mai incontrato particolare diffidenze nel mio ruolo. E’ una difficoltà subita più da altre categorie, ad esempio il personale medico soffre di una certa sub cultura che porta a chiedere medici maschi ad esempio. Il ruolo di direttore viene riconosciuto in quanto tale, senza soffermarsi sul genere. Soprattutto ad inizio carriera la maggiore diffidenza l’ho riscontrata da parte del personale di polizia penitenziaria: io donna e giovane ai loro occhi apparivo forse, e non del tutto a torto, inadeguata, inesperta di un contesto tanto complesso, ma nel tempo conta il lavoro, l’esperienza, la dedizione e ogni diffidenza si supera.

Come è riuscita a conciliare la vita privata con quella lavorativa?
Io ho tre figli. Di 23, 18 e 12 anni. Non è facile. Quando non ci sono particolari esigenze dell’ufficio, cerco di rientrare a casa non troppo tardi, di esserci, seguirle da vicino. Per tutti una vita di impegno, sacrificio, orari incastrati. E tante nottate a guardare i compiti.

E’ un percorso che consiglierebbe ad una ragazza?
Sì, con tutte le difficoltà del caso, è un lavoro vario, interessante, dove ci si mette alla prova ogni giorno e può dare importanti soddisfazioni. Richiede una dedizione quasi totale, molta attenzione, responsabilità, e soprattutto una grande passione.