Donne e carriera, Maria Teresa Melucci: 25 anni in corsia tra storie di dolore e speranza

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Maria Teresa Melucci è dirigente medico presso l’Istituto Tumori “G.Pascale” di Napoli. E’ un chirurgo oncologo, si occupa di senologia da più di vent’anni. Un’esperienza lunga, consolidata, nel maggiore nosocomio oncologico del sud Italia. Una donna forte, volitiva, con un sorriso dolce e accogliente che ne rivela la profonda umanità.
La incontriamo in istituto, in una delle rare pause che si concede. Mentre la aspettiamo in sala d’attesa sfilano i pazienti, i loro parenti, l’apprensione, il dolore, il coraggio con cui la dottoressa Melucci e i suoi colleghi si confrontano e fanno i conti ogni giorno.

Cosa l’ha spinta a diventare medico?
Nella mia famiglia non ci sono medici. Un padre avvocato, un destino in qualche modo già scritto. Quando ero al liceo ho avuto la mia “vocazione”. Sulle prime i miei pur sostenendomi erano molto scettici, per i sacrifici legati a questa professione, poi hanno assecondato la mia passione. Volevo fare qualcosa per gli altri, per le donne, in particolare.

Perché la chirurgia oncologica?
Volevo fare il cardiochirurgo all’inizio. Poi non nascondo che vicende personali mi hanno indotto al cambio di rotta, ad orientare i miei studi verso l’oncologia. Da lì in poi è stata la chirurgia a scegliere me, piuttosto che il contrario. Ho scelto la senologia e ho fatti molti concorsi, in giro per l’Italia, di solito sono molto razionale, non credo alle coincidenze, eppure nella mia vicenda professionale hanno contato l’intrecciarsi di casi fortuiti, coincidenze, incastri, che alla fine mi hanno portato qui. Pensi che tra le mie preferenze di specializzazione c’era anche la medicina nucleare, ma al momento della scelta ho dimenticato di indicarla, doveva proprio andare così.

Di medici donna ce ne sono molti, molti meno sono i chirurghi, ha mai riscontrato diffidenza per questo?
Io ho cominciato 25 anni fa, all’epoca era davvero rara una donna chirurgo, al Policlinico avevo una sola collega donna, ma ai tempi della specializzazione grosse diffidenze non ne ho vissute. Diverso una volta giunta qui. La diffidenza esiste, non tra le pazienti, con le quali anzi a volte si crea una particolare empatia, piuttosto la si avverte tra colleghi, ma qualcosa di sotteso, non detto, legato ad antichi pregiudizi che, fortunatamente nel tempo vanno svanendo, fortunatamente dopo tanti anni di esperienza, di lavoro sul campo, le riserve legate al genere vanno scomparendo. Credo, anzi, che le professioni sanitarie siano particolarmente adatte alle donne per quella naturale capacità multitasking, di intraprendenza, senso pratico, efficienza che si impara sin da bambine.

Ci si abitua al dolore? Cosa si prova a confrontarsi ogni giorno con storie tanto drammatiche?
No, non ci si abitua mai. Si impara a conviverci, una sorta di difesa naturale per poter esercitare la propria professione con serietà e senza esserne devastati. Ci sono cose che io non potrei fare, non riuscirei a lavorare con i bambini, ad esempio. Una volta ho operato una ragazza molto giovane, un’adolescente, per un sarcoma. Ho svolto tutto l’intervento senza mai pensare alla giovane età, come se nulla fosse. Poi, alla fine, a intervento concluso, ho notato che la ragazza stringeva nelle mani un pupazzetto, Tigro, il compagno di avventure di Winnie the Pooh. Ecco, lì ho dovuto fermarmi, uscire dalla sala operatoria. In quel momento avevo di fronte una bambina in tutta la sua fragilità e tutta la mia freddezza si è sciolta. Bisogna restare terzi, non è cinismo, ma la lucidità è assolutamente necessaria. Io in generale cerco di far sentire le mie pazienti speciali, a volte basta poco, ricordare una data, il nome dei figli, e si crea un’empatia speciale. La paziente è fragilissima in certi momenti, ha bisogno di essere accolta e questo fa la differenza.

Lei e suo marito siete entrambi oncologi, questo è un vantaggio o un limite?
Le nostre vite sono molto impegnate, fatte di orari prolungati, turni, emergenze. Non sempre conciliabili con la vita familiare. Per gli altri può essere scontato stare a casa a Natale, la domenica, in estate, per noi non sempre è così. Fare la stessa professione aiuta maggiormente la comprensione.

Suo marito è un ricercatore di fama internazionale, è dura emanciparsi dal ruolo di “moglie di”?
Non mi sono mai posta questo problema, ho una mia professionalità, una mia identità definita.

Come è riuscita a conciliare la sua professione con la vita privata?
Io non ho mai avuto uno spiccato senso materno, non ho mai inteso che la mia realizzazione personale dovesse necessariamente passare per la maternità. Poi ad un certo punto della mia vita, con mio marito, abbiamo immaginato di allargare la famiglia. Da quel momento è iniziato un periodo molto difficile, di notti insonni, di turni in ospedale iniziati subito dopo, di un marito spesso fuori per lavoro, di mille impegni accavallati, tra una baby sitter che finiva il turno e un’emergenza in sala operatoria. A quel punto si fa una scelta, qualcuno deve fare un passo indietro nella coppia e ho scelto di farlo io, pur mantenendo la mia professione, portandola avanti con caparbietà, tra tanti sacrifici, sensi di colpa e salti mortali. Ho la grande dote naturale di non avere molto bisogno di sonno, sicché la mia giornata dura di più della media degli altri e riesco a conciliare molte più cose. Oggi sono una donna molto indipendente, in grado di provvedere a me stessa, senza aspettarmi necessariamente l’aiuto di altri.

Per la patologia che tratta lei ha a che fare soprattutto con donne, come le ha viste cambiare nel tempo?
Sicuramente oggi c’è molta più consapevolezza e attenzione alla prevenzione. Questo ci sconsente di intercettare la malattia molto più precocemente intervenendo con maggiore successo e tecniche sempre meno invasive. C’è poi l’aspetto umano. Che non cambia nel tempo. Ogni donna che viene da me è fragilissima, smarrita. Sono cose che capitano sempre “agli altri”. Sono piene di paure, di pudore, finanche nello spogliarsi, nel mostrare le proprie ferite, e ciò trasversalmente all’ambiente di provenienza.

Un consiglio ad una ragazza che voglia intraprendere il suo percorso?
Bisogna essere pronti a fare molti sacrifici, non sempre nelle nuove generazioni mi pare di cogliere la stessa capacità di abnegazione, di rinuncia se necessario anche a pezzi della propria vita privata. Se si è disposti a questo è una professione che vale assolutamente la pena di fare, le soddisfazioni sono di gran lunga superiori ai sacrifici.