Donne e carriera, Rosanna Cioffi: una vita per la promozione della cultura e la crescita del territorio

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di Elisabetta Colangelo

Nata a Napoli, è professore ordinario di Storia della Critica d’arte presso il Dipartimento di Lettere e Beni culturali dell’Università Luigi Vanvitelli di Caserta, dove ha ricoperto la carica di preside fino al 2000. Prestata alla politica, ricopre la carica di Consigliere Regionale della Campania dal 2000 al 2005. In seguito riprende l’attività di docente e nel 2014 Rosanna Cioffi viene eletta Pro Rettore alla Cultura.
Una carriera lunga e brillante, dalla laurea, conseguita nel 1973, all’incarico attuale, quarant’anni che l’hanno vista ricoprire tanti ruoli in un osservatorio privilegiato come l’Università, luogo di transito e formazione delle nuove generazioni di donne e uomini, che ha aiutato a cambiare, crescere, prendere il largo.
La incontriamo in un torrido pomeriggio d’inizio estate, Il sorriso aperto, lo sguardo che si illumina, fiero ed entusiasta, parlando del suo lavoro. E’ intenta nella lettura di una vecchia tesi di laurea.

Come mai l’ha ripresa?
Studiare, rileggere, approfondire, sono cose che mi fanno stare bene. E’ un lavoro sulla Reggia di Caserta che ho avuto voglia di rileggere, non si finisce mai di approfondire, di imparare.

Di che si occupa il pro rettore alla cultura?
Il ruolo è essenzialmente promuovere l’attività culturale sul territorio non necessariamente in ambito umanistico, ma anche scientifico. Divulgare è ormai la terza missione dell’università ,a fianco alla didattica e la ricerca. Contribuire alla crescita dell’intero territorio, portando i saperi, le eccellenze, la cultura dell’università nel contesto sociale, organizzando eventi, convegni, manifestazioni che migliorino il rapporto tra l’università ed il territorio. Un rapporto che deve essere concreto e duraturo.

Come è arrivata a questo incarico?
Si è trattato di una scommessa che ho fatto trasferendomi in questa Università di nuova costituzione. Sono stata parte del Comitato tecnico ordinatore. Avevo vinto il concorso da ordinario all’Università di Udine, avrei potuto continuare la mia carriera lì, poi raggiungere Napoli, facendo il mio percorso professionale di docente di Storia dell’Arte, ma ho scelto la sfida. Ho sempre creduto nel ruolo dell’impegno sociale e politico, nel senso più alto del termine: contribuire alla costituzione di una facoltà di lettere in un territorio tanto ricco di storia e cultura, ma al tempo stesso tanto martoriato, creare un gruppo di docenti giovani ed entusiasti, questa è stata la scommessa, posso dire vincente, che ho accettato. La nuova Università mi ha dato molto più spazio, permettendomi, nei 24 anni di permanenza, di percorrere tutti i gradi della carriera di docente, ma anche di management, di politica universitaria, in un modo che in una università come quella di Napoli sarebbe stato più complicato, specie per una donna. Mi definisco una donna combattente e combattiva. Più che altro combattente, mi piace misurarmi con nuovi obiettivi, progetti stimolanti.

Da ragazza avrebbe immaginato il percorso che fa fatto?
Assolutamente no. Non provengo da una famiglia di docenti universitari, mi sono iscritta all’università immaginando di diventare un’insegnante di latino e greco, una scelta meditata e molto convinta, quella dei miei studi. Poi sono gli incontri che fanno la differenza, i buoni maestri. Mi sono formata con docenti di altissimo profilo, su tutti il prof. Ferdinando Bologna, e ho scoperto la bellezza della ricerca, e soprattutto la storia dell’arte, una disciplina ingiustamente trascurata nell’insegnamento scolastico, complessa e affascinante, che presuppone conoscenze di storia, filosofia, politica per coglierne il senso ultimo. Ho avuto la fortuna di fare incontri giusti al momento giusto, di avere le mie opportunità, ma anche molta determinazione, senza la quale nulla sarebbe stato possibile.

Lei ha il privilegio di occuparsi della formazione delle nuove generazioni. Rimanendo sul tema femminile, lei, dal suo punto di osservazione, come ha visto cambiare le studentesse nel tempo, il loro atteggiamento, le loro aspettative?
Purtroppo, dal punto di vista della preparazione, ho assistito nel tempo ad un vero e proprio crollo, dovuto probabilmente ad una scuola che non è riuscita a rispondere adeguatamente al bisogno di cultura delle nuove generazioni, perdendo il primato tipico italiano per quanto riguarda in particolare l’ambito umanistico. Il lavoro che io mi pongo come obiettivo è dunque proprio quello di trasmettere alle giovani il rigore negli studi, il gusto per l’approfondimento, il valore dell’impegno, puntando sulla internazionalizzazione degli studi. L’atteggiamento che riscontro è meno determinato di una volta, molte delle ragazze che incontro hanno ancora il matrimonio come obiettivo, punto di arrivo. Non necessariamente un fatto negativo, ovviamente, ma sicuramente qualcosa ancora in grado di condizionarne pesantemente le scelte. In passato, ora le cose vanno cambiando, le ragazze venivano agli appuntamenti accompagnate da fidanzati, padri, indice di una vera e propria tradizione sociale, soprattutto in questo territorio, più che a Napoli. In tal senso il ruolo dell’università e la nostra missione, anche in termini di emancipazione femminile, è molto importante.

Nel suo percorso ha mai incontrato qualche diffidenza per il suo essere donna?
Non solo nel percorso, ma tutt’oggi ci sono delle prevenzioni, anche all’interno del corpo docente, verso le donne. I colleghi maschi non vedono di buon occhio l’idea di condividere ruoli di potere con una donna. Invece riscontro un buon livello di solidarietà femminile e molta meno competizione tra le donne che con gli uomini.

Lei ha un passato in politica, consigliere regionale per il quinquennio 2000-2005 (fa parte delle Commissioni Bilancio e Turismo, con delega consiliare per la promozione culturale del Consiglio regionale della Campania). Cosa pensa delle quote rosa?
Sono favorevole. Siamo talmente svantaggiate, a tutt’oggi sono talmente poche le donne in posizioni apicali, in ruoli decisionali, di potere, che un sostegno in tal senso, sempre all’interno di un discorso meritocratico, in questa fase storica, secondo me ha ancora un senso, rappresenta un’opportunità. Io credo molto nella differenza di genere, nelle prerogative di ciascuno e nel valore aggiunto che le donne apportano nelle professioni.

L’ostacolo principale per le donne è spesso la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, lei ci è riuscita?
Io ho avuto una figlia quando ero molto giovane. Il mio matrimonio è finito, forse anche a causa di una certa competizione tra noi, quando mia figlia aveva solo tre anni. Mi sono appoggiata a mia madre, oltre che alle mie forze, combattendo, come ogni donna, tra legittime aspirazioni professionali e inevitabili sensi di colpa. Ho fatto grandi sacrifici per non soccombere, per non permettere alla mia vita professionale di essere schiacciata dagli impegni familiari, provando a dividermi tra i diversi ruoli, facendo del mio meglio. Ho studiato di notte, se necessario, ho avuto le mie battute d’arresto, ma alla fine ce l’ho fatta. Oggi, nel mio ruolo, faccio ciò che posso per agevolare le giovani ricercatrici madri, pur ricordando loro che per ottenere risultati è necessario il sacrificio e tantissimo impegno.

Cosa direbbe ad una ragazza che vuole intraprendere la sua carriera?
E’ una scelta che comporta grande sacrificio, anche nella vita privata, richiede determinazione e tensione all’obiettivo. Se è disposta a tutto questo, direi che il gioco vale la candela.