Donne e carriera, tenente Manuela Di Iorio: Essere militari è uno stato mentale che non ha genere

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di Elisabetta Colangelo

Classe 1986, faccia pulita, sguardo sicuro di sé, sorriso aperto. Il tenente Manuela Di Iorio è uno dei militari donna entrati nell’Esercito Italiano negli ultimi anni. Dopo un percorso partito dal servizio prestato come volontaria, salendo, con caparbietà ed impegno, tutti i gradini che le si sono presentati, oggi presta servizio, come ufficiale, presso la Caserma di Persano, nel Salernitano. La incontriamo presso il Comando Logistico Sud di Napoli per conoscerne da vicino percorso ed esperienze di una giovane donna all’interno di una istituzione così tipicamente maschile.

Quale percorso ha seguito per arruolarsi?
Dopo la scuola superiore ho tentato il concorso come volontario in servizio annuale, trascorso l’anno anno ho rifatto il concorso per quattro anni e da lì il concorso per diventare permanente. Nel frattempo mi sono laureata in economia e commercio da civile. Volevo di più per la mia carriera, ambivo alle carriere superiori, ho superato il concorso in Accademia a Modena, appena in tempo, poco prima di superare i limiti d’età. A Torino ho conseguito la mia seconda laurea in scienze strategiche con indirizzo logistico. Da circa tre anni presto servizio a Persano.

Che vuol dire essere militari?
E’ uno stato mentale. Si è militari con e senza uniforme. E’ la cosa che contraddistingue la nostra professione da ogni altra.

Perché ha deciso di arruolarsi?
Non mi ha spinto la semplice ricerca di una collocazione professionale. Ho conseguito una laurea che mi avrebbe in ogni caso consentito di inserirmi nel mondo del lavoro. Avevo una vera e propria passione da sempre. Credo profondamente nella divisa, in quello che rappresenta, la difesa del territorio, l’idea di poter prestare aiuto alle popolazioni, ideali che incarna soprattutto l’esercito a mio avviso, più di altre forze armate.

La sua famiglia ha incoraggiato questa scelta?
Non mi hanno ostacolato, ma neanche incoraggiato. Sulle prime prevaleva in loro il timore per i sacrifici legati a questa scelta professionale, erano scettici verso un contesto così particolare, poi, quando hanno compreso che la mia era un’autentica passione, l’hanno amata anche loro.

Mai stata a disagio? E’ un ufficiale, gli uomini accettano di buon grado di sottostare agli ordini di una donna?
Io sono entrata nel 2006, le donne erano in esercito da pochi anni. Come in tutti i campi, la figura nuova suscita curiosità, ci sono tempi di adattamento necessari, ma non particolarmente problematici, dall’una e dall’altra parte, credo sia normale. Quanto al rapporto gerarchico, l’esercito di oggi è un esercito di professionisti, dove contano le competenze, le capacità individuali, e in questo il genere conta poco. Il militare è senza sesso. Essere donna, con le naturali doti organizzative, la maggiore empatia rispetto ai problemi che si riscontrano in certi contesti, può rappresentare, in qualche misura, un valore aggiunto.

E’ stata in missione all’estero?
Sono recentemente rientrata dall’Afghanistan. Ricoprivo una doppia posizione, capo cellula movimenti, rifornimenti e trasporti, pianificazione di attività e gestione risorse economiche per acquisti, dunque parte logistica. Ho poi svolto un ulteriore incarico, quanto mai delicato per le peculiarità del contesto culturale afgano, come gender advisor. Si tratta di una particolare figura professionale con funzioni di garante del rispetto dei diritti umani e della parità di genere.

Che esperienza è stata?
Complicata, umanamente molto formativa. Ho constatato come i colleghi maschi delle forze armate afgane riconoscano pienamente il nostro ruolo di militari, senza badare particolarmente al genere, diversamente avviene nei confronti delle colleghe militari afgane, il cui ruolo non viene riconosciuto e gli squilibri tra i sessi sono evidenti. Essere donna è stato molto utile nel relazionarmi con le colleghe afgane che avevano difficoltà ad esprimersi, a partecipare ai dibattiti in presenza dei colleghi machi.

E rispetto alla popolazione civile?
Con la popolazione civile ho avuto poche interazioni, per lo più legate al progetto “Ponte della solidarietà”, che prevedeva la distribuzione di materiale ad asili, orfanotrofi, carcere militare femminile. I nostri contatti con l’esterno erano ridotti al minimo, anche per ragioni legate alla sicurezza. Nei pochi contatti avuti ho incontrato varie tipologie femminili, alcune più distanti, quasi turbate dalla ventata di nuovo proveniente dal mondo occidentale, e altre invece a disagio in quel contesto, desiderose di uscire da abiti sentiti come troppo stretti. Non saprei dire quale dei due modelli sia prevalente.

In che modo voi operate per il rinnovamento culturale in favore di una maggiore parità tra i generi in una realtà come quella afgana?
Essenzialmente attraverso gli incontri i colloqui, la conoscenza reciproca, organizzando dei seminari, specialmente con uomini, che favoriscono lo scambio, anche acceso, di informazioni e di punti di vista. In particolare, nella mia funzione di gender advisor io mi rapportavo con i gender locali ( di sesso sia maschile che femminile), che si facevano portavoce e garanti delle istanze della popolazione femminile. Si tratta di una figura molto importante in un contesto in cui maltrattamenti, violenze, abusi sono all’ordine del giorno, spesso non seguiti da alcun tipo di denuncia da parte delle vittime. Purtroppo, benché sulla carta le donne possano vantare dei diritti, essi restano perlopiù lettera morta, basti pensare che le donne hanno da qualche tempo la possibilità di conseguire la patente di guida, ma nessuna si mette al volante, a meno di non essere disposta a subire insulti, maltrattamenti e tamponamenti provocati di proposito.

Che idea si è fatta sull’accoglienza delle nostre forze armate presso la popolazione?
Molto positiva. Siamo in Afghanistan da molti anni, le nostre basi impiegano molto personale afgano, i nostri acquisti aiutano l’economia locale.

Ha mai avuto paura?
La paura c’è sempre ed è utile per non commettere avventatezza. Deve essere gestita, tenuta sotto controllo per potere svolgere la propria professione nel modo migliore.

Un consiglio ad una ragazza che voglia intraprendere il suo percorso?
E’ un percorso ricco e affascinante, che comporta però notevoli sacrifici, anche nella vita privata. Solo una grande motivazione e passione possono compensare tutto ciò. Io rifarei mille volte la mia scelta.