Donne e lavoro: quasi una su due fatica a conciliare vita privata e carriera. Pieragostini: Serve un welfare 5.0

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in foto Elisabetta Pieragostini

Quasi la metà delle donne incontra difficoltà nella gestione dei ritmi vita-lavoro. A certificarlo è la Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri: nel 2024 il 46,9% delle criticità è legato a problemi di conciliazione tra lavoro e vita privata dovuti all’organizzazione aziendale e alle condizioni di lavoro.

Un dato che fotografa una fragilità strutturale, non un’emergenza temporanea.

Pieragostini: “Serve un welfare 5.0, centrato sulla persona”

“In un tempo di incertezza economica e sociale, noi imprenditori dobbiamo costruire piattaforme aziendali per l’inclusione e il rispetto dei diritti individuali”. A dirlo è Elisabetta Pieragostini, ceo di Dami, presidente della sezione accessoristi di Confindustria Fermo e autrice della prima guida italiana contro le molestie nei luoghi di lavoro.

Secondo Pieragostini è necessario un cambio di paradigma: “Occorre un welfare 5.0 che non consideri più il lavoratore come una ‘risorsa’, ma come una persona nella sua interezza. Servono servizi su misura per la conciliazione vita-lavoro: dalla consulenza psicologica alla formazione emotiva e comunicativa, dalla prevenzione di stress e burnout a modelli di leadership più consapevoli, capaci di guardare oltre la performance”.

Un approccio che lega direttamente benessere e produttività: “È inutile parlare di risultati se prima non costruiamo ambienti in cui si possa respirare, esprimere la propria opinione e lavorare in condizioni di equità, inclusione e sicurezza”.

Verso un “Inclusion act” volontario

Per l’imprenditrice marchigiana, le buone pratiche aziendali possono diventare la base di un vero e proprio “Inclusion act”: una normativa nazionale volontaria capace di armonizzare esigenze professionali e personali, mettendo al centro la persona.

Un modello ispirato a esperienze internazionali, dai Paesi scandinavi al Giappone, fino al Canada, dove il rispetto e l’inclusione sociale sono parte integrante delle politiche pubbliche. In questa prospettiva, anche il riconoscimento della felicità individuale e collettiva come indicatore di progresso assume un valore strategico.

“Considerare la felicità come Bes – gli indicatori di benessere equo e sostenibile individuati dall’Istat, che includono dimensioni sociali, culturali e ambientali oltre a quelle economiche – potrebbe rappresentare la condizione preliminare per costruire ambienti di lavoro migliori”, conclude Pieragostini.